I Borbone in lotta contro la pandemia

da | Ott 24, 2020 | Cultura&Spettacolo

Nell’ultimo libro di Gigi Di Fiore la ricostruzione dell’epidemia di colera a Napoli e nel Sud nel lontano 1836

Gigi Di Fiore è un “topo di biblioteca”, un ricercatore accanito ed entusiasta di fonti e di documenti dai quali riesce a risalire con puntualità e dovizia di particolari inediti al percorso di fatti antichi. E così facendo, da decenni ormai, è diventato uno storico di vaglia.
La più recente tornata di immersione fra le “sudate carte”, all’Archivio di Stato e all’Emeroteca Tucci a scartabellare fra le vecchie collezioni di giornali, ha prodotto l’ultimo libro (“Pandemia 1836. La guerra dei Borbone contro il colera”, Edizioni Utet), attualissimo, che ci riporta indietro nel tempo, quando Napoli e il regno delle due Sicilie furono aggrediti da una terribile epidemia di colera (il cholera asiatico”, come lo si chiamava), scoppiata altrove e propagatasi poi gradualmente in Europa e in Italia. Di Fiore colpisce anche questa volta, perché riesce, riportando in forma di incalzante racconto le cronache dell’epoca, a far capire come anche allora la città entrò in un’atmosfera da incubo e tutte le iniziative adottate da Ferdinando II di Borbone, con la consulenza dei più famosi luminari, ricalcano, in buona sostanza, gli sforzi che governanti e scienziati di oggi stanno compiendo per debellare il maledetto coronavirus.

Nell’introduzione tutto questo è detto esplicitamente: “Le analogie con l’esperienza vissuta negli ultimi mesi sono davvero tanti e sorprendenti. C’è perfino la singolare coincidenza che l’anno 1836 era bisestile come il 2020. Il cholera morbus del XXI secolo si chiama Covid 19, virus subdolo e sconosciuto come lo era il bacillo di due secoli fa. Pur sembrando in apparenza strano, nel ritorno al passato rientrano le misure di prevenzione attuate negli ultimi mesi in Italia, che ricordano gli interventi del 1836, compresi quelli del governo delle due Sicilie e dei medici napoletani, impegnati in prima linea nella lotta all’epidemia. Rimedi che, nella sostanza, furono simili a quelli pensati oggi… Due secoli fa si praticava il cordone sanitario per impedire che dall’Asia, poi dalla Russia e dall’Italia superiore o Alta, come si definivano allora gli stati preunitari del Nord, il morbo mortale si espandesse fino alle regioni meridionali. Negli ultimi mesi, nel mondo globalizzato dell’informazione on line, in assenza di un vaccino e di una cura certa per bloccare i contagi del Covid-19, non si sono trovati altri rimedi di prevenzione che quelli applicati già nell’Ottocento: isolamento e quarantene di durata non inferiore a quindici giorni, interruzioni dei commerci, raccomandazioni igieniche, sperimentazioni di cure senza sicurezze iniziali sulla loro efficacia, istituzioni di task force per gestire l’emergenza, bollettini quotidiani ufficiali per fornire notizie e statistiche sulle cure agli ammalati e il numero dei morti”. Una lucida analisi comparativa, corroborata dal prosieguo dell’opera, in cui si descrivono le ansie del giovane sovrano, felice per la nascita del primogenito (il futuro Francesco II), ma contemporaneamente ferito dalla morte della moglie (la futura beata Maria Cristina di Savoia) per le complicazioni del post-parto e impegnatissimo sul fronte della prevenzione. Ed ancora ecco che il contagio, a qualche anno dalla sua comparsa in Europa, aggirati i cordoni sanitari, si propaga anche a Napoli, preceduto da oscuri presagi, e nel resto del Regno. Di Fiore si sofferma sulla descrizione del malato (e morto) numero 1, ed anche allora si era scoperto a posteriori che l’ufficialità del primo contagiato era stata preceduta da altri casi di malati non individuati come colerosi. Comincia così la guerra al morbo, che vede in prima linea, anche allora, i medici, molti dei quali cadono sul campo, vittime dell’epidemia. Il ritmo incalzante della narrazione ci conduce ai giorni difficili dell’esplosione dei contagi, alle misure adottate per combatterle, allo scoramento iniziale, alle visite del re tra i malati, alle sommosse nella lontana Sicilia. Un quadro denso di avvenimenti, che trovano l’epilogo nella fine improvvisa e quasi miracolosa del morbo, un anno dopo la comparsa, ad agosto del 1837. Ed anche allora, finiti i giorni della grande paura, ecco affermarsi come reazione psicologica la grande voglia di tornare alla vita normale. Sensazioni descritte con viva partecipazione dall’autore. Allora andò bene, il colera non attraversò subito una seconda ondata, sarebbe ricomparso solo nel 1884 (a Borbone già abbondantemente defenestrati e con i Savoia imperanti).È la sola differenza, a danno nostro, fra le due epidemie.

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EDITORIALE

L’arte di evadere le regole

di Alessandro Migliaccio

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