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Per incrementare diagnosi rapide ed efficaci serve ora più che mai aumentare il numero dei laboratori di microbiologia sul territorio e rafforzare l’intesa con i medici di famiglia. I microbiologi si confermano così un pilastro fondamentale dietro le quinte della pandemia, contro l’emergenza sanitaria. A pochi giorni dal parere positivo del Comitato Tecnico Scientifico per un allargamento ai medici di base della possibilità di eseguire i test antigenici rapidi, gli specialisti in microbiologia sono figure indispensabili a supporto della rete diagnostica territoriale e per l’interpretazione dei casi dubbi. A sottolinearlo sono gli esperti riuniti nell’incontro digitale “In vitro diagnostics and COVID-19”, organizzato dalla Fondazione Internazionale Menarini che con questo incontro prosegue il ciclo formativo rivolto ai medici di tutto il mondo per la lotta alla pandemia.      

“Il test molecolare resta indispensabile per la diagnosi, ma alcune criticità devono essere affrontate affinché la lotta al Covid sia meno lenta e difficile – ha spiegato Maurizio Sanguinetti, chairman del Convegno,  presidente di Escmid e Direttore del Dipartimento di Scienze di Laboratorio e Infettivologiche, dell’IRCCS Policlinico Gemelli di Roma – Nella fase iniziale della pandemia l’emergenza era la mancanza dei reagenti, oggi possiamo mettere in evidenza che il problema è che la microbiologia clinica è stata smantellata dal territorio, esiste nei grandi ospedali e viene vista come un lusso che non tutti si possono permettere. Le unità operative autonome in Italia sono poco più di 40, ma anche se le sezioni di microbiologia sono alcune centinaia, non bastano. Questo perché negli ultimi dieci anni i laboratori pubblici sono stati accorpati e hanno perso dal 25 al 30% del personale e non hanno ricevuto adeguati finanziamenti. Queste scelte – sottolinea Sanguinetti – sono tra i principali motivi che hanno comportato un ritardo nell’esecuzione dei test e quindi una minore efficacia nel contrastare l’epidemia, con file lunghe chilometri ai ‘drive in’ per fare il tampone. Se ci fossero stati gli investimenti in queste attività, la domanda poteva essere drenata anche dai soli laboratori pubblici. Serve ripotenziare le microbiologie sul territorio, sul modello della Corea del Sud e un’alleanza con i medici di famiglia per l’interpretazione dei ‘casi dubbi'”.

“L’allargamento ai medici di base della possibilità di eseguire i test antigenici rapidi potrà alleggerire la pressione sui laboratori, ma resta indispensabile una stretta collaborazione con il microbiologo – conclude l’esperto – Ci sono infatti valori di cariche virali intermedie che devono essere interpretati da uno specialista”.       Gli esperti hanno inoltre confermato che i test molecolari su tampone oro-faringeo, che individuano la presenza di materiale genetico del virus, rimangono il ‘gold standard’ per la valutazione e la definizione dei casi di COVID-19; i test antigenici, che rivelano la presenza di proteine di Sars-Cov-2, possono essere usati nei limiti di quanto previsto dalle circolari del Ministero della Salute. Rafael Canton, dell’Ospedale Ramon y Cajal di Madrid, ha sottolineato che i test antigenici sono “convalidati solo per i pazienti sintomatici e non sono test di autodiagnosi. Tre sono le tecniche usate per identificare il contagio da Sars-Cov-2: una è il test molecolare, basato sulla presenza del materiale genetico del virus valutato attraverso il test Rt-Pcr su campioni di saliva o di espirato – spiega Canton – L’altra è l’analisi degli anticorpi, attraverso il prelievo di sangue; la terza via è l’analisi degli antigeni, ovvero le proteine del virus, per la quale servono tra i 15 e i 20 minuti e che può essere utile anche nel follow up della malattia”.