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Cambiare si può ed è necessario farlo senza ricorrere a metodi coercitivi

Servirebbe davvero sperimentare a Napoli la teoria delle finestre rotte o Napoli, che combatte imperitura, da 160 anni, contro lo Sputtanapoli riuscirà a scardinare da sola gli stupidi pregiudizi italiani?
Molti sociologi concordano nell’affermare che applicare in quartieri delle metropoli (e Napoli lo è di diritto) “a rischio” la tolleranza zero (con la quale anni addietro Rudolph Giuliani, allora sindaco della grande mela, combatté con successo la microcriminalità a New York nonostante l’incremento di denunce penali per reati di abusi e comportamenti arbitrari delle forze dell’ordine ) sarebbe una panacea.
La nostra cultura, però, da sempre refrattaria alla repressione, all’ingerenza e al controllo del Grande Fratello, soprattutto ora che la cattiva gestione del Covid ha minato tante libertà, continua a storcere il naso pur ritenendo valida ed efficace la scienza sociologica teorizzata da Philip Zimbardo, luminare americano di chiare origini sicule, nella cosiddetta teoria delle “finestre rotte” la quale induce le persone, in presenza di una finestra rotta, ad emulare l’azione ampliando così la spirale di vandalismo e microcriminalità.
Ergo, esercitare e mantenere il controllo reprimendo i più piccoli reati (controllare che ogni viaggiatore sia provvisto di biglietto, ripulire il quartiere dai graffiti, riparare le finestre rotte, multare coloro i quali parcheggiano selvaggiamente), contribuisce a creare un ambiente legale e ordinato riducendo, incredibilmente, anche il rischio di crimini più gravi.


Scampia, Miano, via Argine, Secondigliano e tante altre periferie di Napoli abbandonate per decenni a se stesse (veri e propri quartieri volutamente ghettizzati che cercano un riscatto dall’immagine stereotipata che sia la stampa italiana sia qualche scrittore savianizzato concordano vergognosamente nel definirle degradate e gomorrizzate per colpe sociali) si riorganizzano.
Poco importa ai media italiani se tanti abitanti si affannano a smontare pericolosi pregiudizi.
Ma cambiare si può ed è necessario farlo senza ricorrere a metodi coercitivi. Servirebbe la presenza dello Stato certo, ma non quella che solitamente invia a suon di camionette mimetiche e ragazzini militari col fucile spianato, non è Stato è “Occupazione Coloniale”!
Uno Stato dovrebbe far sentire la sua presenza in un altro modo, applicando finalmente politiche che mettano come priorità il lavoro, la riqualificazione del degrado, le infrastrutture, la cultura del bello.
Al di là dell’estrazione socio-culturale e della sensibilità che ognuno di noi ha diversa, in presenza del bello, si attiva a tutti la corteccia orbito-frontale, segno che è in essa c’è un minimo comune multiplo da cui ripartire. Lo disse pure Peppino Impastato.
“Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”.