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Diciamocelo francamente: se non lo avessero radiato dall’ordine giudiziario ci saremmo sorpresi, sarebbe stata, per noi giornalisti, quasi la classica notizia del padrone che morde il cane.
Era un verdetto già scritto, Luca Palamara doveva pagare, bisognava eliminarlo per evitare che continuasse a far guai e a scaraventare ulteriore discredito sulla casta dei magistrati, che, comunque, quanto ad immagine, resterà e chissà per quanto, offuscata. Messo da parte l’influente ex presidente del sindacato dei magistrati non è stato certo risolto il gravissimo problema etico che ha coinvolto, discreditandolo, l’apparato giudiziario.


Palamara ha preannunciato ricorso in Cassazione, ma è davvero poco plausibile ipotizzare che possa essere salvato da quei giudici molti dei quali egli stesso ha contribuito a sistemare nella “Suprema Corte”.
Scatterà, inevitabilmente, il principio di autoconservazione e i severi togati di piazza Cavour, vedrete, confermeranno la sentenza del Csm. Non gli resterà, a quel punto, che rivolgersi alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. Ed entrerà in un girone infernale dell’attesa che non finisce mai. Berlusconi se sa qualcosa.
Palamara, dunque, a meno di sorprese, fuori definitivamente dalla magistratura. Il sistema è salvo, la logica correntizia e quindi politica può tranquillamente continuare ad ispirare il dipanarsi dell’azione del potere dello Stato che ha preso il sopravvento sugli altri due, alterando il bilanciamento necessario per la sopravvivenza dell’ordine democratico. Montesquieu si sta rivoltando nella tomba. Né si può fare affidamento sulla timida riforma del Csm preannunziata da Bonafede, il ministro che dopo aver imposto la barbarie del “fine pena mai” aveva promesso contestualmente un’altra riforma, quella sui tempi più rapidi della giustizia. Che tutti stiamo aspettando da più di un anno. Vatti a fidare dei grillini.
Questa amarissima vicenda suggerisce però alcune considerazioni utili da esternare.
Palamara aveva fatto trapelare che, in caso di verdetto a lui sfavorevole, avrebbe “svuotato il sacco”, come si dice. E’ stato a lungo ospite di Radio radicale, ma si è limitato a difendersi con gli argomenti già vanamente utilizzati davanti alla Commissione disciplinare del Csm. Nulla di più. E’ probabile che se ne starà quieto e zitto fino alla pronuncia della Cassazione. I suoi avvocati gli avranno spiegato che in questo momento storico non gli conviene alzare il livello dello scontro, anche perché a Perugia è ancora aperta l’indagine che lo vede accusato di corruzione.
Ma se gli dovesse andar male anche in secondo grado lo scenario, evidentemente, muterebbe. E a quel punto potrebbe non solo tirare ufficialmente in ballo tutti i colleghi “complici” con i quali aveva rapporti stretti nel concordare nomine, promozioni, trasferimenti, ma anche, ed è questo l’aspetto più inquietante, suggerimenti sulla condotta da osservare nei confronti di alcuni imputati eccellenti.
L’intercettazione durante la quale esprime al procuratore di Viterbo la necessità di “attaccare” Salvini, nonostante che chiaramente a suo carico non fosse ipotizzabile l’accusa di sequestro di persona è illuminante in tal senso.
Per discolparsi Palamara aveva chiesto l’audizione di una serie interminabile di testimoni. Il Csm ha tagliato corto e glieli ha negati. Chissà quanti particolari scabrosi avrebbe chiesto loro di svelare. Questo diniego si lascia dietro una inquietante scia di interrogativi che non depone certo a vantaggio dell’immagine dell’organo di autogoverno dei magistrati.
E i semplici cittadini, di fronte al clamore suscitato dalla vicenda e dal contenuto delle intercettazioni, possono rassegnarsi all’idea che, punito l’agnello sacrificale, tutto il resto permanga nell’ambiguità e nell’ombra? Certo che no, rimanere nel dubbio che si possa scegliere un procuratore in base alle convenienze dei partiti (di alcuni partiti in particolare) o che si possa affidare ad un plotone di esecuzione giudiziario un leader politico non proprio “simpatico”, scalfisce irrimediabilmente il principio di indipendenza e di terzietà, dei quali proprio gli stessi magistrati dovrebbero essere i più tenaci custodi. Fare chiarezza sul caso Palamara avrebbe dipanato forse quel velo di mistero che aleggia sulla vicenda Berlusconi, dopo le dichiarazioni registrate del giudice che faceva parte del collegio di Cassazione che condannò definitivamente il fondatore di Forza Italia. E avrebbe contribuito, forse, a ridare fiducia ai cittadini nella trasparenza e nella imparzialità di questo delicato potere dello Stato. Invece, fatto fuori Palamara, tutto sembra essere finito in una bolla di sapone.
Ultima considerazione: questa vicenda così imbarazzante, che rasenta i confini dello scandalo, è stata trattata dai grandi media con il tocco soft di chi non vuole “disturbare il manovratore”. In altri tempi, in altre circostanze e con altri imputati si sarebbe scatenata una sarabanda infernale, titoloni a tutta pagina, inchieste, campagne mediatiche orchestrate a tavolino e fino allo sfinimento. Oggi già Palamara è sparito dai radar. Un interrogativo sorge spontaneo, avrebbe detto il buon Lubrano: perché è calato questo inspiegabile silenzio? Facile la risposta: perché ai grandi mezzi di comunicazione, cartacei e soprattutto televisivi va bene così. Fino a quando non verranno presi di mira i leader politici che ogni giorno loro sponsorizzano.