Tempo di lettura: 5 minuti

La storia del Sud post-unitario: un dibattito ancora molto acceso

Ci risiamo. Sembrano come morsi da una tarantola. Ogni volta che un non addetto ai lavori invade il loro sacro recinto eccoli che insorgono, blaterano, si ribellano. La storia siamo noi. E solo noi cattedratici possiamo scriverne e parlarne, fossimo anche semplici ricercatori. Solo se provengono dal mondo accademico le ricostruzioni sono credibili e fondate.
Che i custodi unici della verità storica guardino con disprezzo a quanti, non avendone titolo giuridico, si avventurino nel campo della ricerca, è un dato di fatto. Se qualcuno avesse qualche dubbio basterebbe che si andasse a leggere il ponderoso ultimo lavoro di Marco Vigna, (“Brigantaggio italiano. Considerazioni e studi sull’Italia unita”) dottore di ricerca a Torino. Più di cinquecento pagine di approfondimento sul fenomeno del brigantaggio post-unitario, per concludere sferzante: “Il brigante del Sud Italia non fu né un novello Robin Hood, né un ribelle contro la miseria e uno Stato oppressore e straniero. Ma sostanzialmente un criminale autore di violenze ed efferatezze ai danni delle stesse popolazioni del Mezzogiorno, in particolare quelle contadine più povere… il brigantaggio post-unitario può definirsi un fenomeno di criminalità più che di guerriglia”.


Chiaro, no? Ma se non lo fosse, la prefazione di Alessandro Barbero, piemontese (Peppino de Filippo avrebbe chiosato: “Ho detto tutto”), affermato e noto ordinario di Storia medievale, campione assoluto dell’anti-revisionismo, dall’alto della cattedra non ha dubbi e irride a quanti osano prospettare perplessità su quanto Marco Vigna chiarisce (a suo modo di vedere) definitivamente. Passino pure le conclusioni di questa analisi storica, di parte e discutibili. Ma è l’atteggiamento tracotante che non può essere tollerato e che mostra la faziosità tipica del professorone “con la puzza sotto il naso”.
Per averne la conferma è sufficiente rileggersi i passi più significativi della prefazione: “La percezione del brigantaggio meridionale postunitario nella società odierna è oggetto di stravolgimento della realtà e reinvenzione fraudolenta della memoria, che stravolge il ricordo di quella vasta e terribile ondata di violenza, le attribuisce intenzioni e motivazioni in gran parte immaginarie, e impedisce di ricavarne insegnamenti utili per capire davvero e contraddizioni irrisolte del nostro paese”. Ma non solo, poi aggiunge: “Oggi, però, la memoria e anzi la celebrazione del brigantaggio sono ostaggio di un movimento neoborbonico che le inserisce in un quadro consolatorio del tutto inventato, con il risultato di atrofizzarne proprio le potenzialità di critica sociale”. E conclude con la stoccata finale: “Le cronache di quegli anni, come documenta puntualmente Marco Vigna, riportano ogni giorno assalti a masserie, contadini trucidati e donne violentate dai briganti, non dai bersaglieri, come vorrebbero far credere i Pino Aprile”. Come vorrebbero far credere i Pino Aprile? Un’insopportabile aria di sussiego e di superiorità. Come riportano le cronache di quegli anni? E che attendibilità potranno mai avere le cronache di quegli anni, se era in vigore la legge Pica che prevedeva, per ogni seppur lontano aiuto dato ai briganti, la fucilazione immediata senza processo? Solo un burbanzoso storico di professione può dar credito alle “cronache dell’epoca” e sparare a raffica contro Pino Aprile, giornalista di lunga data e autore di best-sellers assoluti che hanno venduto milioni di copie (numeri che Barbero se li sogna la notte) che non si è certo inventato la serie di violenze, di stupri, di uccisioni, queste sì addebitabili ai bersaglieri e ai soldati piemontesi al comando di quel generale Cialdini che l’epopea risorgimentale ha fatto passare per eroe e che invece fu un bieco sterminatore di meridionali agli ordini dei vari Ricasoli, Rattazzi, Minghetti e Pica. Aprile (ma anche Del Boca, Di Fiore, Ciano, Oliva, Bruno Guerri) non si è inventato nulla, ha trascorso ore e mesi negli archivi di Stato e dell’esercito, a Torino e a Roma a consultare carte, decreti, documenti.
Non ha scritto limitandosi a rinverdire quello che altri storici prima di lui avevano già scritto.
Ha ricostruito in volumi di grande successo (e i libri non si comprano solo per seguire la moda) vicende tratte direttamente dalle fonti ufficiali, non dalle cronache dell’epoca. Ed è un’operazione che, piaccia o non piaccia a Barbero, non è un’esclusiva dell’accademico, ché anzi vogliamo proprio vederlo rinchiuso per ore e ore nei locali di una biblioteca o di un archivio a scartabellare fra libri, certificazioni, documenti, decreti, atti allora riservati. Qualcuno crede veramente che tutti gli ordinari di storia delle nostre università lo siano diventati al termine di una così umile e faticosa gavetta fatta di consultazione diretta delle fonti? E poi la ventata di revisionismo che fa venire l’orticaria a Barbero non è sostenuta solo da giornalisti impiccioni e curiosi. Ma recentemente anche una apprezzata rappresentanza di storici di professione ha avanzato circostanziati dubbi sulla versione sdolcinata di un Risorgimento fatto solo da martiri e patrioti, sull’idea che al Sud i protestanti erano solo delinquenti comuni, ché tutti gli altri erano felici e contenti per l’arrivo dei siur di Turin e soprattutto ha fatto luce sulle origini del fenomeno dell’Italia due velocità, addebitabile alle spoliazioni subite dopo il 1860. Malanima, Daniele, Fenoaltea e Ciccarelli sono solo i recenti esponenti di questo filone che diventa sempre più robusto.
E Barbero potrà mai smentire che furono proprio i bersaglieri di Cialdini a sterminare un intero paese, Pontelandolfo e a sterminarne quasi un altro, Casalduni, solo per una spietata rappresaglia contro popolazioni inermi ed innocenti? Fu un eccidio, che i libri di storia scritti dai professori colleghi di Barbero per oltre cento anni hanno taciuto volutamente, per non oscurare quel capitolo che ai loro occhi, “foderati di prosciutto” era solo fatto di martiri e di scintillanti battaglie. Di rose e fiori, insomma. Per oltre cento anni ci hanno raccontato la barzelletta delle tre guerre di indipendenza vinte (e invece i piemontesi le persero praticamente tutte), di Garibaldi eroe dei due Mondi (era invece un incallito filibustiere), di Mazzini geniale architetto dell’unità (grande specialista nell’”armammce e iate”, nel senso che a tavolino preparava le rivolte e i suoi seguaci andavano a morire sul campo, vedi Rosolino Pilo, Menotti e Pisacane), delle annessioni degli altri Stati italiani, a loro dire spontaneamente plebiscitarie. Per cento e più anni hanno continuato a negare appunto (come ha magistralmente replicato sul “Mattino, Gigi Di Fiore) che ci furono centinaia di migliaia di napoletani e di meridionali in genere che non vollero sottomettersi al sopruso di una conquista vigliacca che li avrebbe ridotti alla miseria e al sottosviluppo (che continua ancora oggi), che protestarono contro le spoliazioni e le angherie e che speravano di rovesciare quel regime partorito da una conquista illegittima, nella speranza di rimettere sul trono quel re che non consideravano affatto un tiranno, come invece, lui e i suoi avi, sono stati sempre descritti da quelli che “hanno la puzza sotto il naso”. E sin da subito li hanno chiamati dispregiativamente briganti, per dimostrare che erano solo criminali, sapendo bene che soltanto una esigua minoranza di delinquenti comuni si era infiltrata ed approfittava della situazione. La stessa conclusione cui è giunto Vigna, una conclusione, lo ribadiamo, tratta dalle poco credibili cronache dell’epoca e bocciata dalla storia.
E sono sempre quegli storici che quando Pino Aprile e Gigi Di Fiore sono andati a scavare per ore e ore sul lager di Fenestrelle, dove furono rinchiusi e annientati tutti i soldati che volevano restare fedeli a Francesco II, sono sobbalzati ed hanno replicato a muso duro, quasi che quella terrea prigione, che ancor oggi fa paura a visitarla, fosse un hotel a 5 stelle. Ora sia chiaro, qui nessuno, tranne una sparuta frangia di nostalgici, pensa ad un’impossibile restaurazione.
Finiamola con l’accomunare al neoborbonismo a chiunque tenti di far luce su una vicenda storica travisata e scritta dai vincitori. I tempi della Repubblica e della democrazia sono scolpiti nel marmo. Ne è convinto anche l’ultimo discendente in vita di Carlo III.

Ma continuare a perpetrare ricostruzioni superate dagli studi e da ricerche inoppugnabili dei vari Aprile, non è opera meritoria. Ormai i meridionali lo hanno capito. Barbero, ca nisciun è fess.