Mentre in Italia si pensa solo al risultato, all’estero c’è chi costruisce progetti vincenti e duraturi

Intervengo con piacere sull’articolo scritto dall’amico e collega Marco Bruttapasta per allargare, mi auguro, il campo di interesse e di interventi su quella che è da sempre la questione e il problema del calcio nel nostro Paese. Bruttapasta, non senza ragione, ha definito “schizofrenico” il calcio italiano. Ma dove e come nasce questa schizofrenia che governa da ormai più di mezzo secolo la società pedatoria italiana? Scrivo queste righe per motivi di stampa del giornale senza conoscere ancora l’esito della finale di Champions tra Bayern Monaco e Psg e all’indomani della sconfitta dell’Inter “tradita” in finale da un’autogol proprio di Lukaku, l’uomo che con i suoi gol l’aveva trascinata alla finale di Europa League. La final eight di Lisbona, però, ha detto, a mio sommesso avviso che il calcio tedesco è di un altro pianeta sotto tutti i punti di vista soprattutto rispetto a quello italiano: sportivo, economico e sociale fin quando c’è stato il pubblico negli stadi. È una lezione per il nostro calcio. In un momento non certo felice, il “vecchio”, si fa per dire, Bayern Monaco e il “giovanissimo” RB Lipsia hanno confermato l’eccellenza di un movimento che, all’aspetto sportivo ha saputo felicemente ed intelligentemente abbinare quello economico che ha portato lo sport più bello del mondo ad essere principalmente industria. Perché il successo “sportivo” della “industria calcio” tedesca è figlio della programmazione non certo dell’improvvisazione o del caso, di scelte, aziendali e sportive, logiche, ragionate, ponderate e non estemporanee. L’ulteriore conferma che chi semina bene raccoglie i frutti del suo lavoro paziente e quotidiano. Lisbona ha detto che la scuola tedesca ha saputo riunire quella spagnola dello stile e della tecnica con quella inglese, maestra del business, regalando un calcio tecnicamente bello ed economicamente produttivo. E se il Bayern è da decenni una grande del calcio mondiale, l’RB Lipsia, nato appena undici anni fa, è l’emblema di come in questo sport progettualità e idee chiare siano vincenti. Da Lisbona perciò arrivano una lezione ed un monito severo per il nostro calcio.

Per fare un grande calcio bisogna pensare in grande ma correttamente utilizzando tutte le energie a disposizione, sfruttando tutte le occasioni ma soprattutto creandole. Laddove in Italia manca il coraggio di lanciare giovani per la paura e la diffidenza che condizione scelte e strategie di dirigenti e allenatori, all’estero conta soltanto la qualità. Non si guarda alla carta di identità pensando all’esperienza ma è il valore a determinare le scelte orientando le valutazioni di un tecnico. C’è la costante, continua capacità (vedi il Bayern) di creare nuovi patrimoni attraverso lo sviluppo del vivaio e di un scouting senza confini geografici né di mediatori e/o procuratori. Il Bayern che ha stravinto la Bundesliga e trionfa (avrà trionfato, ndr) in Champions ha un’età media di 25,5 anni. La Juve, nove scudetti in Italia, zero “tituli” internazionali dal lontano 1996, senza considerare l’Intertoto del 1999, in un calcio che non favorisce il ricambio generazionale, ha una media di 29,7 anni. I dirigenti italiani, in maggioranza, si fidano poco dei giovani e cercano certezze nel peso specifico di una carriera magari anche in parabola discendente, favoriti in questo da una classe di allenatori mediocri e omologati che pensano quasi tutti che l’uovo oggi sia meglio della gallina domani. Poche le eccezioni, che pagano pesante pedaggio con l’esonero se non fanno subito risultato. E ancor di più pagano pedaggio coloro che rinunciano alle proprie idee per accontentare le proprietà e adattarsi ai giocatori in rosa, forti di un contratto che però li fa ricchi subito. Ma ditemi voi: meglio il Sarri napoletano delle tre stagioni in crescendo che ha vinto niente ma ha valorizzato e patrimonializzato per il club gente come Koulibaly, Mertens, Allan, Jorginho e Insigne o quello bianconero che ha vinto lo scudetto con campioni ultratrentenni? Meditate e pensate alle parole di Arrigo Sacchi: “In Italia non si dà tempo per realizzare un progetto di calcio”. Verissimo, ed il guru italiano ha pagato sulla sua pelle lo stresso da risultato.


Ma la verità è anche un’altra: in Italia si preferisce spendere troppi soldi verso… l’esotico, per raggiungere paradisi ma non certo calcistici.