Matteo Cosenza viene da molto lontano. E lo dimostra con il libro “Casomai avessi dimenticato” (196 pagine, Rogiosi Editore), una sorta di autobiografia che si snoda attraverso molteplici flash back, tasselli della sua straordinaria esperienza professionale e di vita.


L’ancoraggio delle reminiscenze, tratte dagli appunti rigorosamente conservati nel cassetto, è Castellamare, la città dove è nato e dove si è formato, seguendo le orme del padre, il compagno Saul, un monumento della storia del Pci stabiese (e non solo).
Matteo è un ragazzo precoce, cresciuto a pane e politica. Ingaggia un duello personale con l’insegnante di italiano, che lo boccia perché a suo dire non sa scrivere e lo provoca con il contenuto dei suoi compiti in classe. Ma il ragazzo ha grande orgoglio, passa l’estate a leggere di tutto, divora migliaia di pagine dei libri della biblioteca di casa, messa su dall’operaio Saul ed imprime una svolta alla sua vita. Il professore di italiano è duramente sconfitto.
Contemporaneamente Matteo si autoproclama segretario giovanile cittadino del Pci, si ritaglia un posto nella sede del partito e ne combina di tutti i colori, compreso un “chiarimento” telefonico con l’allora segretario della federazione napoletana, Giorgio Napolitano. E’ di quegli anni la rocambolesca conoscenza con Ruggero Zangrandi, un grande inviato di Paese Sera. Matteo è un vulcano, seppure ancora ragazzo esorbita dalle attribuzioni, incide sulla vita del partito a Castellamare, prova il brivido della ribellione, fugge di casa nella chimerica impresa di trovare un lavoro della Torino operaia della Fiat. Ma la rivolta dura poco. A Castellammare c’è l’humus della sua esistenza, ci sono gli affetti. Ritorna e scopre in sé il sacro fuoco del giornalismo, abituato com’è ad avere sotto mano tutti i giorni L’Unità, Paese Sera ed anche Il Mattino. Si inventa un ciclostile, poi avvia la collaborazione alla “Voce della Campania”, di cui diventa ben presto direttore e dove prende sotto la sua protezione due ragazzi che ne faranno di strada, Antonio Polito e Gigi Vicinanza, ma anche, tra gli altri, Enzo Ciaccio, Procolo Mirabella, Giuseppe D’Avanzo e Michele Santoro.
Nel ripercorrere i passaggi più importanti della carriera Matteo svela un episodio che non ha timore di rivelare e che ribadisce quella profonda onestà intellettuale che è una caratteristica pregnante del suo atteggiamento etico e civico. E’ il 1979, il direttore di Paese Sera gli offre un contratto a tempo indeterminato e soprattutto la prospettiva di diventare, nel breve, responsabile dell’edizione napoletana del giornale. E’ al bivio tra giornalismo e politica. Fa parte anche della direzione regionale del partito, Bassolino ne è il segretario. Si riunisce il comitato regionale, oltre al segretario è presente anche il dirigente nazionale Giorgio Napolitano. Il Pci è reduce da una serie pesante di sconfitte elettorali. Cosenza prende la parola e legge le dieci pagine di fuoco della sua relazione. Ne ha per tutti e lancia i suoi strali contro le scelte politiche, o meglio contro le mancate scelte. Ma il “tribunale” del partito, attraverso un’apposita commissione, non perdona, arriva la “condanna” per iscritto. Attorno a lui, improvvisamente, si fa il vuoto. E quella promessa di nominarlo capo della redazione di Napoli tale rimane per due lunghi anni.


Per non dimenticare proprio nulla Cosenza ripercorre altri momenti decisivi del suo percorso umano e professionale: il confronto con il “nemico” Antonio Gava, la lunga esperienza al “Mattino”, e svela i particolari del suo passaggio al più importante quotidiano del Sud, i suoi rapporti con Pasquale Nonno, la sua conoscenza, quando lavorava ancora a Paese Sera con Giancarlo Siani. Ne ha anche per citare la sua straordinaria esperienza alla direzione del “Quotidiano di Calabria”, culminata con l’organizzazione di una spettacolare e gremitissima marcia contro la ndrangheta.
Oltre alla prefazione di Enzo d’Errico il volume si articola in tredici capitoli. Si legge tutto d’un fiato, la frammentazione numerica cui è ricorso l’autore è solo apparente. Tutta l’opera appare come un unico avvincente capitolo di una storia che non è finita. Perché il “sacro fuoco” del giornalismo non si è spento, e Matteo Cosenza continua ad esibirsi dalle colonne del “Corriere del Mezzogiorno”. I suoi fondi colpiscono, fanno sempre discutere.