Giorgio Gori, sindaco pd di Bergamo, la città più martoriata dal Coronavirus, ricordando i giorni più cupi della pandemia, ha riferito che ad un certo punto, verso fine marzo, si ritrovò con più morti che bare. E non sapeva come venirne fuori. In quei giorni Attilio Fontana, il discusso governatore della Lombardia, travolto dall’incubo dei numeri, tra morti e contagiati, decise, senza fronzoli, di mettere a frutto venti milioni di donazioni private ed affidò a Bertolaso e al San Raffaele, per esso al professor Zangrillo, il compito di allestire, nel più breve tempo possibile, un ospedale Covid con postazioni per terapie intensive, nei locali dell’ex Fiera di Milano. Gli operosi lombardi fornirono una prova eccezionale e, nonostante l’appiedamento di Bertolaso, infettato e ricoverato, riuscirono nel brevissimo tempo di due settimane a mettere su l’ospedale con più di cinquanta posti di rianimazione.
Fortunatamente, però, di quei nuovi posti ci fu un bisogno solo marginale, perché nel frattempo i medici avevano preso le misure al virus, si era scoperto che i trombi potevano essere aggrediti preventivamente con l’eparina e che molti malati guarivamo (o morivano) prima di arrivare alla terapia intensiva.


In qualsiasi altra parte del mondo quell’iniziativa, presa in un momento di grande paura e sotto l’incubo di un virus letale che si stava spargendo velocemente, sarebbe stata giudicata indispensabile, opportuna, esemplare per tempestività. In Italia no. Semplicemente perché quell’iniziativa l’aveva presa il governatore leghista e l’aveva realizzata il medico personale di Berlusconi. Proteste, polemiche, battute. Uno spettacolo indecoroso. E naturalmente, secondo copione, la Procura di Milano, che tradizionalmente è sempre molto “attenta”, ha aperto un fascicolo, con tanto di recenti acquisizioni di atti da parte della Finanza.
Ma la magistratura napoletana poteva mai restarsene silente? Certamente no. E infatti proprio in questi giorni, in piena campagna elettorale, il governatore De Luca subisce, seppur indirettamente per ora, un accerchiamento assillante. In Campania i numeri del contagio erano diversi. Ma erano diverse anche le attrezzature di base. De Luca, giustamente, capì al volo che se il maledetto virus si fosse sparso qui come in Lombardia, sarebbe stata una strage. E si adoperò, giustamente, per reperire nel più breve tempo possibile, manufatti modulari che potessero essere impiegati come camere di ospedale attrezzate per la terapia intensiva. Un’iniziativa anche questa presa in un momento di grande paura, di fronte ad un virus letale e di cui non si sapeva quasi nulla. Meritoria. Talmente meritoria che quando arrivarono i container da Padova per essere sistemati nell’area attigua all’ospedale del Mare, furono accolti in piena notte dagli applausi. Ma il battimani popolare non è bastato alla Procura di Napoli, che naturalmente ha aperto un’inchiesta e sono finiti nel tritacarne per ora il manager della Asl, una dirigente del gabinetto di De Luca e un consulente del governatore. Un accerchiamento, un lento rosolare allo spiedo.


In qualsiasi altra parte del mondo nessuno si sarebbe mai sognato di andare a mettere il naso in una decisione sacrosanta, giustificata dalla necessità di salvaguardare un bene primario su tutti, la salute pubblica, che certamente nella scala dei valori viene prima di mazzette e bustarelle. Ma ormai siamo il paese nel quale i giustizialisti targati 5 Stelle hanno ingenerato il convincimento che sono tutti ladroni (tutti, tranne loro), che la corruzione sia il reato in assoluto più nefasto e grave (a dispetto del codice penale). E la magistratura non poteva certo restarsene sorda al richiamo della foresta. Come finiranno queste inchieste vedremo. Ma il cittadino ormai è avvertito, le telefonate di Palamara e dei suoi sodali del Csm al procuratore di Agrigento hanno lasciato il segno.


A chi scrive non sfugge certo il fatto che il consenso popolare non può giustificare l’eventuale commissione di reati. Ci mancherebbe. Ma il diaframma della separazione dei poteri è ormai frantumato e le intrusioni del potere giudiziario sulle scelte politiche sono sempre più invasive. Un problema planetario, tuttora esistente, che riguarda la salute di miliardi persone presuppone un approccio, da parte della magistratura, diverso rispetto ai normali canoni investigativi. E soprattutto, ma il problema è più generale, dovrebbe risultare scevro da implicazioni di carattere ideologico. Le vicende Berlusconi e Salvini sono illuminanti. Fino a quando la politica (di destra, di sinistra, unita comunque) vivacchierà su posizioni subalterne, spaurita e molle e non avrà il coraggio di riformare seriamente la giustizia, continueremo ad assistere ad indagini su fantascientifici sequestri di persona e su presunte turbative d’asta. Con ciò non vogliamo dire assolutamente che i magistrati di Milano e di Napoli stiano sbagliando in questa circostanza. Vogliamo solo dire che se un parlamentare, Costa, presenta una proposta di legge che tende a sottoporre a procedimento disciplinare il magistrato che erroneamente ha privato della libertà un cittadino, allora le corporazioni della magistratura dovrebbero plaudire, perché metterebbe i singoli giudici al riparo da sospetti e da polemiche. E non dovrebbero invece insorgere, come hanno fatto.