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La penna più vivace del nostro Meridione. L’autore capace di ritrarre lo stato delle cose e lo spirito del Sud, Pino Aprile è attualmente lo scrittore meridionalista più seguito. Notissimi i suoi volumi di saggistica giornalistica tra cui “Terroni”, “Giù al Sud”, “Carnefici” e il recentissimo “Il male del Nord”, Aprile riesce, ad ogni nuova uscita, a scalare rapidamente le classifiche di gradimento, segno tangibile di un bisogno tutto meridionale di rileggersi come comunità.

Il libro che sottopongo all’attenzione del pubblico – e che trovo di straordinario spessore – è però di un genere non molto battuto dallo Scrittore, trattandosi di un romanzo, e si intitola “Il potere dei vinti”.

Emerge, attraverso da queste pagine atipiche, una scrittura intensa che tesse una trama visionaria. La metafora di un Meridione, capace di esprimere individualità d’eccellenza, che occupano ruoli di prestigio nel mondo, a cui però pare preclusa la possibilità collettiva di evolversi, come comunità, nel Paese che, dicono, essere la Nazione sua. Questa metafora si traduce nella vicenda di un francese di origini salentine che risponde al nome di Aloisio Lepirro il quale, colpito da grandi traumi quali il crollo delle certezze politiche (è ambientato negli anni successivi alla fine del blocco sovietico), la fine del proprio matrimonio e il lutto per la morte di un gemello in circostanze equivoche, sente il bisogno di trovare un “altrove” in cui annegare la memoria. Ecco allora che dove pare profilarsi una nuova rappresentazione della “fuga” dalla civiltà; il soggetto – sempre amato – di un novello Gauguin che cerca l’essenza della felicità in un mondo semplice e incontaminato; il protagonista attiva un “abbandono del noto” che finisce per diventare recupero delle proprie radici. O almeno il suo tentativo. Il proposito si traduce in un viaggio che è fisico, in primis, lasciando egli l’unica sua certezza costituita da grandi capitali finanziari e prendendo il mare con una barca a vela. Esso diventa poi, soprattutto, interiore, attraverso il recupero della cultura misteriosa, antica e filosofica, della sua terra di origine, l’italica Finis Terrae del Salento, il Capo di Leuca. Un novello Ulisse (non a caso assume lo pseudonimo di U’ Tis che gli somiglia per assonanza) che affronta un viaggio a ritroso, di ricostruzione, in cui le Circi, gli Eoli e i Ciclopi si sono concentrati in un luogo ignorato, eppure pulsante. Il finale, che è aperto, lascia U’ Tis, Ulisse, nell’incertezza di ammettere o meno la possibilità di un avvenire poiché, anche nel “mondo dominato dall’inganno”, dice la nota dell’editore, si è artefici – fino alla fine – del proprio destino.