“Felicità è una casa con le persone che ami dentro”.  Questo  slogan di una nota agenzia immobiliare ben rappresenta la ritrovata consapevolezza della fortuna di avere un tetto sulla testa,  dopo le restrizioni del lockdown  con circa tre mesi  senza  scuola,  in smart working   e  tutti assieme ristretti laddove prima a stento ci si incontrava per  cena (a Napoli ci sono un migliaio di senza fissa dimora  e circa ventimila famiglie che vivono in alloggi degradati) … Ora qualche architetto sostiene che  bisogna pensare ad appartamenti  “dove non solo vivere ma anche  telelavorare”. Come se lo smart working fosse una conquista.  La crisi Covid inoltre spinge a una nuova cultura urbanistica,”con quartieri dove il cittadino possa  trovare nel giro di 10 minuti a piedi tutte le situazioni di cui ha bisogno,  incidendo in tal modo anche sulla mobilità, nel senso che diminuirebbe la domanda di trasporto pubblico”, è il parere di qualche tecnico.  Sic!  Una prospettiva, in pratica,  di atomizzazione, di asocialità: lontano dai luoghi di lavoro,  dal confronto vivo che arricchisce e fa evolvere.  E senza considerare che la mobilità significa scambi culturali, economia, sviluppo… 

Il video dei lavoratori che l’8 marzo scorso si precipitarono  a prendere l’ultimo Intercity in partenza da Milano per il Sud la dice lunga sulla concezione di casa,  nel senso più ancestrale del termine:  quella a cui si appartiene e  in cui  ci si rifugia (e non la città dove si passa per lavoro  l’80% della  vita). Nel momento dell’emergenza, si corre  a casa dei genitori…

La casa è il pilastro della famiglia (nucleo giuridico economico  alla base dell’ordine sociale) nonché la rappresentazione identitaria della personalità di chi la abita. Il luogo protetto,  che sottrae la quotidianità allo sguardo pubblico (e argine all’ingranaggio infernale di impegni  che attentano all’equilibrio e alla salute).  In crisi l’open space e il living room. Viva le stanze, si rivaluta persino il corridoio (per lasciare le scarpe all’ingresso e disinfettarsi le mani nonché per ritirare la spesa mantenendo la distanza sociale). Mai come adesso,  va riconsiderato  il ruolo dei confini .

La casa oltre che per proteggersi nasce anche come bisogno di stabilità,  di dare una forma rituale alla vita (la routine  contro l’imprevedibilità dell’esistenza). Non a caso,  è soltanto quando si insediano che i gruppi nomadi  iniziano a darsi delle regole (finalizzate soprattutto a difendere la proprietà).

Rifugio contro le aggressioni esterne. Luogo della memoria e cioè dell’identità (l’albero senza radici non cresce). Il luogo dell’intimità (dove le dinamiche di gruppo possono essere favorite da una disposizione delle stanze che eviti promiscuità ed attriti) e della sicurezza.

 Perciò  un tempo occorreva chiedere il permesso prima di entrare in casa altrui (il rispetto per l’inviolabilità della casa  coincide con il riconoscimento di una storia, di un secretum  genealogico della famiglia che vi abita),   e vi si entrava in punta di piedi.