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di Silvana Lautieri *

In un mondo del “brusio scordato” (A. Iadicicco ), particolare rilievo assume il concetto chiave di horror pleni che si evince dall’ultimo lavoro di Gillo Dorfles, il critico d’arte che illustra la propria idea del bello e che nell’intervista rilasciata alla Iadicicco (Il Giornale del lontano 14.03.68) precisava “…l’impressione che mi ha indotto a formulare il concetto di horror pleni ha origini lontane. Tutto è iniziato nel dopoguerra, con le voci ed i suoni striduli delle radioline che si udivano nella strada, nei caffè, che uscivano dalla finestra e dai cortili per invadere l’etere. Era niente in confronto all’attuale saturazione dell’etere, gremito di messaggi, riempito dal flusso inarrestabile delle comunicazioni: della televisione, i computer, la pubblicità. L’effetto è quello del frastuono, del rumore frastornante. Persino quando è musica quella che si trasmette e si diffonde: nelle segreterie telefoniche, le segreterie dei telefonini, e quelle che suonano senza sosta negli spazi pubblici, i bar, i ristoranti, i grandi magazzini. E non credo che occorra possedere una speciale sensibilità per provarne noia, per avvertire un senso di ripulsa perché il bombardamento costante di stimolazioni visive ed uditive suscita fisiologicamente, in quasi tutti, una reazione di rifiuto“.

Ne deriva un senso di “sordo ottundimento“ che porta ad essere spettatori assenti di ciò a cui si dice di partecipare: non si sa ascoltare, non si sa guardare perché la civiltà della comunicazione totale conduce all’incapacità di distinguere segnali e contenuti; l’aumento di informazioni non accresce il patrimonio del sapere: ciò che colpisce è l’impatto con la novità.

Inoltre per gratificare questo tipo di bisogno, l’informazione si spettacolarizza. Gli esiti estremi di questa tendenza sfiorano una sorta di   perversione preoccupante che può degenerare nell’approccio morboso, nella smania di mettere a nudo spesso il dolore delle vite private.

Per uscire occorre recuperare “l’intervallo perduto“. In tanto frastuono è sicuramente un cattivo critico colui che non è disposto – osserva Dorfles – a cambiare i propri gusti con il tempo. Il tempo: una categoria di pensiero, e non solo, in cui questo grande interprete della bellezza sembra si sia mosso al di là del dato anagrafico, per affermare, ancora una volta, la necessità di fermarsi di fronte allo scenario inquietante dei nostri vuoti per recuperare la capacità di sentire, di vedere, di comunicare: a dispetto del baccano, del fracasso di sottofondo che accompagna la nostra contemporaneità.

Uno sguardo, una riflessione che viene da lontano, a conferma che non occorre essere Cassandra per premonire ciò che il semplice buon senso è in grado di prevedere e preannunciare.

*Presidente Centro studi Erich Fromm