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L’epidemia da Covid 19 lo ha improvvisamente elevato al rango di protagonista assoluto. È stata tale la massa di consensi che gli è piovuta addosso, persino (strumentalmente per criticare il lombardo Fontana) da rappresentanti della maggioranza governativa, che la stella del governatore del Veneto ha finito addirittura per oscurare la leadership di Matteo Salvini.

Zaia è diventato sinonimo dell’amministratore saggio ed oculato, che non si lascia sopraffare dai contagi a ripetizione, che reagisce con rapidità ed efficienza e che nel giro di poche settimane riesce a debellare quel maledetto virus che si era insinuato, più malvagio che mai, anche nel suo Veneto.

Nella classifica per gradimento dei governatori italiani è stabilmente piazzato al primo posto e distanzia, in termini percentuali di molto, il secondo, Vincenzo De Luca, che ha scalato posizioni su posizioni soprattutto grazie alla metafora del lanciafiamme e alla sua verve comunicativa.

Insomma questo è per Luca Zaia il momento clou della carriera politica. Da uno così lo scivolone delle ultime ore proprio non te lo aspetti.

Ricapitoliamo velocemente: Salvini, dopo lunghe ed estenuanti trattative, si accorda con Meloni e Berlusconi e dà il via libera a Fitto e Caldoro. Ceccardi correrà per la Lega in Toscana, Toti e Zaia ovviamente candidati confermatissimi in Liguria e Veneto. Ma c’è un particolare: Zaia non ha bisogno dei voti degli alleati, vincerà a mani basse anche correndo da solo. E allora ecco che l’insopprimibile istinto del leghista duro e puro che è in lui, il richiamo della foresta di bossiana memoria, delle pagliacciate delle feste padane con le ampolle dell’acqua alla sorgente del Po, riemerge dall’intimo e lo spinge al “ricatto”: Fratelli d’Italia e Forza Italia possono pure gareggiare come alleati, ma devono garantire con un patto d’onore che si batteranno per riesumare il famoso progetto dell’autonomia differenziata delle regioni.

Sì, avete capito bene: Zaia pretende di rispolverare una riforma che l’esperienza del Coronavirus dovrebbe aver seppellito nella coscienza di tutti gli italiani. Una follia bocciata irreversibilmente dalla realtà dei fatti. Per tutti, ma non per Zaia. E noi che lo credevamo pieno di buon senso e di giudizio. Un’uscita improvvisa ed inquietante.

A questo punto sorge un sospetto: è possibile che Zaia abbia vissuto da protagonista questa drammatica vicenda e non abbia capito nulla? Ha dimenticato forse tutti i danni che la scellerata riforma del titolo V ha prodotto nella fase più acuta dell’epidemia? Grazie all’assurdità della competenza concorrente in una materia così delicata qual è quella della salute pubblica, ogni governatore, nel bene (come Zaia) o nel male, faceva di testa sua, con ordinanze differenti tra regione e regione e spesso in contrasto con i decreti di Conte. La legge della giungla. Il caos.

La logica e il buon senso avrebbero dovuto suggerire anche a Zaia di cancellare definitivamente, e una volta e per sempre, la parola “autonomia”. C’è nel Paese chiaro ed inequivocabile un sentimento che pretende, per il futuro, chiarezza. La sanità (e la pubblica istruzione) non può essere delegata, occorre una sola competenza statale, dalla quale far scaturire norme, ordinanze, delibere e circolari univoche, per evitare, in futuro, semmai si dovessero ripetere infauste circostanze epidemiche, l’anarchia, la barbarie dell’incertezza del diritto e i danni provocati da una legislazione improvvida, voluta all’epoca (nel 2001) da Pd che tentava così di cloroformizzare le rivendicazioni secessioniste del Bossi senatur. Qui non si vuole certo fare un discorso collettivista e statalista di keynesiana impostazione. Ma le regioni hanno un senso come enti di gestione, nell’Italia unitaria non si può tollerare che ognuna di esse diventi un piccolo staterello a sé, quasi come se si tornasse al post congresso di Vienna. Se proprio dovessimo assecondare le ansie dei governatori, ecco quelle competenze di una volta che erano specificate sui libri di diritto pubblico sui quali ci siamo formati, su miniere cave e torbiere, sarebbero più che sufficienti. Altro che sanità ed istruzione.

Zaia nella sua stupefacente richiesta inoltrata agli alleati (con la Meloni che gli ha replicato a muso duro) sostiene che il Veneto ha già varato l’autonomia differenziata. Un altro inciampo, che anche in questo caso lascia sgomenti. Com’è possibile che un governatore del suo calibro ignori certi passaggi elementari del nostro diritto costituzionale? Che il Veneto si sia già espresso (a maggioranza) per l’autonomia non vuol dire proprio nulla, perché l’esito di quel referendum ha solo un valore consultivo. E la consultazione popolare avvenne in un periodo pre-Covid, quando gli italiani e gli stessi veneti non avevano sperimentato sulla propria pelle i guasti della sovrapposizione di competenze tra Stato e regioni.  Oggi che tutti sanno, chiedere come fa Zaia che si rispolveri quell’insano progetto può essere spiegato solo in due modi: o si tratta di una provocazione tattica pre-elettorale, buttata lì tanto per far pressione sugli alleati, oppure il celebrato presidente della Regione Veneto è fuori dal mondo.

Oltretutto sta provocando un danno immenso a Salvini, che sgomita anche in questi giorni per allargare la sua influenza al Sud e che potrebbe ricevere da questa assurda presa di posizione del suo delfino un notevole pregiudizio in termini elettorali. Un boomerang dalle proporzioni incalcolabili e non certo gradito, visto che la Lega è in caduta libera nei sondaggi. I meridionali, se si eccettua l’estemporanea posizione di De Luca, che già sogna un sultanato di Napoli e Salerno, sono fermamente contrari all’ipotesi di un’autonomia differenziata per regioni. E non solo perché il Nord tratterrebbe lì gran parte delle sue risorse (che è pure un argomento costituzionalmente rilevante), ma anche per una ragione storica. Il Sud era un regno autonomo e perse la sua indipendenza proprio per colpa dei piemontesi e dei lumbard. Come potrebbero i meridionali digerire una rivendicazione di segno opposto da parte dei loro conquistatori? Rifletta Zaia, rifletta.