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di Pierluigi Zaccaria

A volte non basta un modulo per determinare la propositività e la filosofia di gioco di una squadra.

Con il passaggio dallo scellerato “calcio fluido” di Ancelotti, caratterizzato da quel funesto 4-4-2 che mal combaciava con le caratteristiche tecniche dei giocatori, ad un più calzante 4-3-3 del tecnico calabrese, i più avevano creduto di poter assaporare le bollicine del calcio-champagne di Sarri. Nulla di più inesatto.

Per quanto i risultati stiano dando infatti ragione a Gattuso, il gioco votato all’attacco del tecnico toscano resta solo un lontano miraggio e comunque completamente agli antipodi rispetto al gioco ruvido, pugnace e compatto del buon Rino. Il che, si badi, non cela assolutamente alcuna nostra critica nei suoi confronti: si tratta però di dare un nome alle cose e di fotografare il Napoli di oggi e quello di domani, salvo clamorose rotture con l’ex Milan.

Baricentro basso, contropiede, finalizzazione, i tre capisaldi del nuovo Napoli che ci riportano a quello di mazzarriana memoria, pur se quest’ultimo optava per un modulo diverso, il 3-5-2.

Un Napoli più operaio ed umile quindi, distante dalla ricerca ossessiva (e a tratti utopica) della bellezza a favore di una più austera concretezza.

Certo, è forse ancora troppo presto per definire lucidamente quale sarà il Napoli del futuro, poiché l’intervento di Gattuso è avvenuto al culmine di un momento di interminabili tensioni e depressioni, prendendo in mano una squadra moribonda e in pieno contrasto con la società. L’emergenza covid, poi, ha fatto il resto, regalandoci il campionato più paradossale di sempre.

Ma, se il buongiorno si vede dal mattino, dovremo davvero provare tutti a scacciare i fantasmi del passato ed aspettarci un Napoli diverso. Meno bello forse ma, si spera, più vincente.