Tribunale di Napoli: chieste verifiche sul lavoro dei dipendenti in smart working

Nonostante l’impegno dei vari attori in causa, permangono condizioni che  rendono assai difficile per gli avvocati adempiere alla  propria funzione. Venerdì scorso, come riportato dal Mattino, per saturazione della casella di posta elettronica certificata del Tribunale civile è stato impossibile depositare atti processuali (anche di procedimenti che rischiano di scadere) nonché ricevere qualsivoglia documento o informazione… Il presidente del Tribunale poi ha invitato gli interessati (magistrati, dirigenti amministrativi) a valutare con la massima disponibilità tutte le istanze di rimessione in termini relative ad atti scaduti il 5 o in scadenza  lunedì prossimo.

Si sarebbe trattato di un problema del gestore, data l’ingente quantità di atti da trattare, ma il blocco della “comunicazione” via Pec non può non essere messo in relazione con il regime di smart working (disposto a marzo dal  Ministero) che consente ai cancellieri e altri dipendenti amministrativi del Tribunale di restare due giorni su cinque a casa a parità di stipendio. Da casa non possono accedere ai server di ufficio (si tratta di dati  riservati) e, quanto a riprendere la routine, pare che i più siano restii. Il presidente dell’Ordine degli avvocati, Tafuri, chiede ai dirigenti degli uffici una verifica del lavoro svolto in questi mesi. 

Alla vigilia della ripresa delle attività nel Tribunale secondo le nuove direttive del presidente Garzo (per cui da domani  aumenterà il numero delle udienze), non scema la preoccupazione  degli avvocati per la difficoltà di far fronte alle mille incombenze (anche di carattere burocratico) mentre il carico di arretrati – anche per i rinvii delle udienze – si appesantisce inesorabilmente. Uno dei punti controversi riguarderebbe la disposizione per cui “i processi non inclusi tra quelli da trattare saranno rinviati in udienza nella fascia oraria dalle 9 alle 10.30”: ciò libererà il personale di cancelleria dal compito di provvedere alle comunicazioni dei rinvii ma costringerà gli avvocati ad essere fisicamente presenti in una circostanza, peraltro, ad alto rischio di assembramenti. E c’è chi si interroga se siano stati adottati o meno i necessari dispositivi di sicurezza contro il rischio contagio…

Quello degli avvocati è un malessere che accomuna molti fori d’Italia. Quando è esploso l’allarme Coronavirus, il governo non ha dato disposizioni univoche ma ha lasciato le decisioni ai capi dei vari uffici giudiziari che, peraltro, non sempre si sono confrontati con gli Ordini forensi territoriali…  

Un disagio sottovalutato, dal governo, quello dei professionisti in generale (che devono comunque pagare affitti, bollette,  tasse  anche se non lavorano e/o non incassano: tanti i liberi professionisti  che, una volta concluso il lavoro, devono sudare sette camicie per essere pagati…). Sottovalutato anche il malessere  degli avvocati che, però, non sono semplici “prestatori d’opera” ma costituiscono un cardine ineludibile del sistema giustizia. Liberi professionisti, svincolati da diretti rapporti di subalternità allo Stato, al servizio soltanto delle leggi e delle libertà fondamentali.