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Una delle regole auree che insegnavano gli anziani giornalisti con i quali la mia generazione veniva in contatto agli albori della carriera era di non usare, negli articoli, mai e categoricamente, la prima persona. Il giornalista osserva i fatti e li descrive, non è mai al centro della narrazione. I suoi fatti privati non interessano a nessuno. Bando ai personalismi, dunque.

Questa volta, a distanza ahimé di svariati anni, sono costretto a derogare a quell’imperativo categorico perché il narrare fatti che appartengono alla mia esperienza è funzionale al discorso che intendo portare avanti.

Ebbene, era il 1970, avevo appena concluso gli studi di Giurisprudenza, ero già collaboratore “abusivo, come venivamo definiti a quel tempo, del “Mattino”, ma non riuscivo ad essere assunto. A quel punto decisi di mettere a frutto a laurea, mi iscrissi al corso del mitico Capozzi (un inimitabile formatore di magistrati e di notai) e preparai, alternando lo studio alla collaborazione giornalistica, il concorso in magistratura. Questa decisione suscitò grande entusiasmo nella mia famiglia, che annoverava un magistrato in servizio, il fratello di mia madre, procuratore della Repubblica di Asti, il più giovane d’Italia dell’epoca, nominato “con merito”. Era uno zio affettuoso e prodigo di consigli e quando l’estate di quell’anno ci ritrovammo nel nostro comune paese d’origine in Calabria, nel corso delle lunghe passeggiate attraverso la strada principale, oltre a suggerirmi indicazioni tecnico-pratiche sulle prove che avrei dovuto sostenere, considerandomi in cuor suo già magistrato, mi ammonì severamente: “Ricordati, dal giorno in cui presterai giuramento non dovrai mai dire, né in pubblico, né in privato, per quale partito voti. Un magistrato deve non solo essere, ma anche apparire imparziale, non deve esprimere opinioni politiche, il voto è segreto e tale deve rimanere”. Ecco, un’altra regola aurea, pensai. Stavano diventando un’ossessione. Ma non mi fu concesso di applicarla, perché poi, per un’ imprevedibile serie di circostanze favorevoli arrivò la proposta di assunzione dal “Mattino” e con grande delusione dei miei lasciai perdere il concorso ed optai per il giornalismo.

Quelle parole di mio zio mi rimasero però impresse e mi sono sempre tornate alla mente ogni volta che per motivi anche professionali mi sono imbattuto in magistrati, di destra o di sinistra, che facevano l’esatto opposto. Come non ricordarlo, quell’ammonimento, ad esempio, quando parecchi magistrati che si erano battuti a spada tratta contro la corruzione ai tempi di Tangentopoli, a Milano come a Napoli, si sarebbero poi dati alla carriera politica, quasi tutti nelle file del Pd e qualcuno anche con l’allora An.

Facciamo ora un salto di undici anni, era il 1981. Al “Mattino”, ormai incardinato stabilmente, avevo fatto una discreta carriera, ero capo servizi al Politico-Interni. Collaboratore prestigioso del giornale era il professor Francesco Guizzi, allievo di Antonio Guarino e titolare della cattedra di Istituzioni di diritto romano alla facoltà di Giurisprudenza della Federico II. Mandava al mio settore i suoi fondi e la costanza dei rapporti era sfociata in un vincolo di amicizia, ci davamo del tu.

Francesco era un articolista arguto, riflessivo, seguitissimo. Come professore universitario era stato sorteggiato fra i sedici membri aggregati alla Corte Costituzionale che processò, per la prima e unica volta nella storia del nostro paese, due ministri della Repubblica, Gui e Tanassi che erano finiti nelle maglie dello scandalo Lookeed (oggi la competenza a giudicare i ministri è passata ai giudici ordinari).

Un giorno mi telefonò e con tono che, si avvertiva, concitato, mi annunciò: “Sono stato appena eletto dal Parlamento membro del Csm. Per me è un grande onore, ma c’è anche in contemporanea un addio che debbo annunciarti: da questo momento non collaborerò più con il “Mattino”. Debbo a questa carica grande rispetto istituzionale, nessuno potrà mai pensare che in qualche maniera possa essere schierato politicamente”. Altri tempi. Guizzi sarebbe poi diventato giudice della Corte Costituzionale e vicepresidente della stessa.

Potrei anche chiudere qui, credo che tutti abbiano capito. Ma voglio aggiungere solo brevissime considerazioni. Di fronte allo spettacolo indecoroso che parte della magistratura sta offrendo in questi giorni attraverso la pubblicazione di intercettazioni compromettenti e che ne minano irrimediabilmente la credibilità, non basta affatto che il presidente della Repubblica, presidente anche del Csm, si limiti a sollecitare una riforma dell’organismo. Non aggiunge una sola parola sul fatto che un potentissimo esponente della magistratura, in quel momento a sua volta membro del Csm, di fronte a un collega che gli riferisce della (a suo modo di vedere) infondatezza delle accuse rivolte al ministro degli Interni in carica, risponde: “Lo so, ha ragione, ma ora dobbiamo attaccarlo”.  Spetta al presidente della Repubblica garantire che la separazione e l’autonomia dei poteri non subisca disequilibri quale quelli che emergono da questa terribile frase. Tra l’altro proprio in quelle ore il vicepresidente del Csm viene intercettato mentre colloquia con il giudice di Agrigento che ha indagato il ministro per sequestro di persona. Palamara non era in quel momento un magistrato qualsiasi, come sostiene Travaglio, ma faceva e disfaceva carriere e se dice “dobbiamo attaccarlo”, significa che chiunque fosse il giudice nelle cui grinfie fosse caduto il ministro sarebbe stato “indotto” ad attaccarlo. Cosa che è esattamente avvenuta.

Qui, si badi bene, non vogliamo prendere le difese di Salvini, ma intendiamo farne una questione di principio, vogliamo solo far comprendere che si tratta di un complotto gravissimo ordito contro un rappresentante del potere esecutivo scelto democraticamente dal popolo, e nel quale complotto possono probabilmente anche intravedersi gli estremi di un reato. E vogliamo rimarcare come su questa vicenda gran parte dei media italiani abbia innescato il silenziatore, a parte gli schierati “La verità”, “Il Giornale” e “Libero” e il “Fatto quotidiano” (occorre dar atto a Marco travaglio di grandissima serietà professionale). Il “Corriere della sera” venerdì, il giorno in cui sono uscite le intercettazioni su Legnini, quindi uno dei giorni più incisivi, quanto a clamore per le rivelazioni, ha trattato l’argomento a pagina 32. Non dobbiamo aggiungere nulla.

Un’ultima considerazione: il membro del Csm Piercamillo Davigo, uno dei vessilliferi di Tangentopoli, continua imperterrito ad andare in tv e ad esternare (ricordate l’annuncio di Guizzi?). Per la verità si guarda bene dall’esprimere giudizi sui colleghi, fa parte della Commissione disciplinare e seriamente si astiene dai commenti. Ma continua a difendere senza tentennamenti l’indifendibile magistratura (stiamo parlando non di quella maggioritaria cui anche lui fa riferimento che sgobba in silenzio operosamente), quella rappresentata dai vari Palamara, dall’Anm che è la somma di tante correnti che sono veri e propri partiti politici (ricordate l’ammonimento di mio zio?), e del Csm malato e sostiene, tra lo sconcerto generale, che l’errore degli italiani è quello di dire: “Prima di giudicare aspettiamo le sentenze”. Lui dice di non essere un giustizialista.

Davigo non vuole rassegnarsi all’evidenza: la magistratura, per colpa delle correnti politicizzate, ha perso del tutto credibilità. Nessuno più si fida. Nei dibattiti televisivi di questi giorni spesso si tratta dell’argomento relativo a quella scriteriata e pazzoide delibera della regione Lombardia, che spedì i convalescenti da Coronavirus nell’ospizio del Pio Albergo Trivulzio, con il risultato di provocare decine di morti tra gli anziani. Stavo seguendo una di queste trasmissioni televisive, quando la notissima conduttrice, di fronte ad una polemica infuocata scoppiata tra i suoi ospiti tagliò corto: “E’ inutile discutere, tanto ora se ne sta occupando la magistratura”. Io, spettatore, istintivamente pensai in quel momento: “Questo è il guaio”. Sono sicuro di non essere stato il solo a pensarlo.