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Il calcio al tempo del Coronavirus sono stati sicuramente la frase ed il titolo più usati e usurati, in chiave anche di tristezza, di questi ultimi due mesi e mezzo in cui tutto sembra cambiato definitivamente per il mondo pallonaro. Retorica dello sport e dei suoi aedi? Torneremo ad essere gli stessi di prima del Covid-19 sugli stadi, in campo, sui media cartacei, televisivi e sui social?

La personale sensazione, visto quanto sin qui accaduto, è che, forse, peggioreremo invece di migliorarci. Perché nonostante il coerente impegno di Gravina e del vicario Sibilia, gli “sforzi” di apertura compiuti dal ministro Spadafora per far ripartire l’industria calcio, pare che ci sia sempre qualcuno pronto a mettersi di traverso per mettere il classico bastone tra le ruote ad un sistema non al passo con i tempi e fuori da una logica di mercato, realmente capace di trovare in sé soluzioni innovative per produrre beni e migliorare la produttività. Un mondo, quello del calcio, che è rimasto tenacemente e pervicacemente attaccato a cliché obsoleti e perdenti quando invece molte altre attività stanno per essere ripensate sulla scia di quanto accaduto. Il calcio no. Si è pensato solo ed in primis a concludere il (i) campionato, ma non si è sfiorata neanche l’idea di una importante riforma del sistema che già da anni non sopporta l’attuale numero di 100 club professionistici. Il Covid-19 poteva essere, e riteniamo possa ancora essere, nei tempi e nei modi giusti, l’occasione per riportare il calcio ad una dimensione reale, concreta, vicino alla gente e alle nuove esigenze che la pandemia ha purtroppo portato. Perché l’emergenza, al di là delle urgenze sanitarie, sociali e relazionali imposte, è anche urgenza di cambiare stile e idee che però sembrano mancare al mondo del calcio. Sono anni che ne parlo e anche in questa circostanza ne ho scritto prima di quanto non ne abbia parlato qualche giovane, bravo e arrembante giornalista. Lo scrivo perché l’argomento, seppur toccato a volo in una intervista televisiva con Cosimo Sibilia al telefono, ci trovava sulla stessa lunghezza d’onda anche per quelle che erano non solo le innovazioni tecnologiche ma anche quelle tecniche (riforma dei tornei di B e C, serie A con 18 squadre, tecnologia in campo, tempi effettivi, più sostituzioni e introduzione di un time- out per tempo). Sembra però, che nonostante le necessità, soprattutto di natura economica per la sua sopravvivenza, nessuno dei protagonisti di questo mondo abbia l’interesse o il coraggio, tanto meno la volontà, di “reinventare” un sistema calcio diverso per renderlo più interessante, appetibile e moderno.

Le uniche certezze sin qui certificate dalle dichiarazioni di presidenti, giocatori e dirigenti di club sono state le pressioni verbali e politiche esercitate sul ministro Spadafora per riprendere a giocare o, al contrario, per chiudere anzitempo la stagione agonistica. Ma poco o nulla, se si eccettua qualche intervento di Gravina ad hoc, s’è tenuto conto del valore sociale del calcio e dei suoi contenuti specifici che devono e possono essere migliorati adesso che il Governo ha dato gli strumenti idonei per attuare scelte coraggiose, non rischiose, per poter riformare la legge sullo sport, ormai vecchia e inadeguata, e la legge Melandri che ha tolto aria e potenziali, importanti immissioni di denaro fresco negando le sponsorizzazioni ai club da parte delle società di scommesse e il decreto dignità che vietando nuove sponsorizzazioni ai club da parte delle società di scommesse nega agli stessi altri importanti introiti.

Il calare del numero dei contagi e dei ricoveri anche nelle zone più colpite del Paese, devono dare il coraggio, a chi ha la responsabilità di decidere ma anche a coloro che vivono in prima persona il mondo calcistico, parlo di presidenti, dirigenti, tecnici e calciatori, di cambiare ora che sembra si possa ritornare in campo anche per giocare. Una serie B a due gironi di 16/18 squadre, divise per area geografica, con play off e play-out al termine della stagione tranne per le prime classificate, promosse direttamente, e le ultime, retrocesse altrettanto, una C che reintegri il semiprofessionismo con un salario minimo garantito agli atleti sotto forma di contratto magari stagionale, e che consenta forti defiscalizzazioni ai presidenti e incentivi anche sponsor e media televisivi sono, a mio sommesso avviso, aspetti da tenere in gran conto già per la prossima stagione e forse anche più importanti del modo o dei modi in cui verrà conclusa la stagione 2019/20, se disputando in A tutte le residue 124 partite oppure con play-off e play-out che potrebbero creare inaspettate turbolenze, oppure in serie B o C dove c’è realmente scarsa possibilità di rispettare i rigidi protocolli approvati dal Cts.

Abbiamo già più volte sottolineato che se non si compattava, tutto il calcio professionistico avrebbe seriamente rischiato, se non il fallimento totale, un bagno di sangue per moltissime società, come autorevolmente sostenuto e dimostrato, cifre e tabelle alla mano, da due esperti della calcio- economy quali Marcel Vulpis e Marco Bellinazzo. Fortunatamente, grazie alla mediazione portata avanti da Gravina e Paolo Dal Pino, un primo passo in avanti c’è stato e il mondo politico ne ha preso atto riaprendo le speranze a tutto il pianeta calcio, compreso il mondo dilettante. Ma tocca ora ai suoi protagonisti interrogarsi per capire, dopo il Covid-19 “Chi siamo, chi vogliamo essere in futuro e cosa faremo per essere qualcosa di nuovo, più interessante e moderno ma soprattutto migliore”. E allora, “Il calcio ai tempi del Coronavirus” non sarà più solo un titolo o una frase usurata e triste ma la testimonianza reale di una “trasformazione” attuata e voluta, in Italia, dello sport più bello del mondo.