razzismo stadi

In questi giorni si dibatte molto sul futuro del calcio italiano. La Lega Serie A è impegnata nella sfida di far ripartire il campionato e sta duettando col Governo sull’argomento ormai da settimane. Si guarda ogni minimo aspetto e appare probabile una ripresa del campionato inizialmente senza tifosi.

L’occasione è ghiotta per stabilire una volta per tutte che quando i tifosi potranno tornare allo stadio, dovranno farlo solo rispettando una serie di regole intransigenti di comportamento, com accaduto in Inghilterra quando hanno sconfitto gli hooligans istituendo delle pene severe e immediate per i violenti. In Italia il cancro degli stadi è il razzismo, come sottolineato a più riprese da Carlo Ancelotti durante la sua esperienza a Napoli. Insomma, oggi si pone grande attenzione a tutte le parti in causa, ma si sta dimenticando di resettare le norme sul razzismo. Siamo stanchi di sentire cori beceri contro Napoli o contro il colore della pelle di questo o quel calciatore. Basta razzismo. Il tifo di alcuni stadi del Nord deve cambiare la sua mentalità retrograda. Limitarsi allo sfottò calcistico. Secondo i dati dell’Aic, infatti, il Nord Italia è l’area nella quale si registra il maggior numero di casi di razzismo negli stadi o nelle zone di passaggio degli impianti sportivi (42%), ma anche propriamente sul campo da gioco (57%). A livello territoriale, Roma (14%), Milano (9%), Padova e Torino (7% ciascuna) sono le città in cui è stato registrato il maggior numero di episodi di razzismo “dentro gli stadi”.

I dati al riguardo del razzismo negli stadi italiani sono contenuti nel Report dell’Associazione italiana calciatori che a partire dalla stagione 2013/2014 ha istituito un Osservatorio con l’obiettivo di censire tutti gli atti di violenze, intimidazione e minacce compiuti nei confronti dei calciatori, sia professionisti che dilettanti. Quest’anno, nello specifico, l’Aic ha voluto dedicare un dettagliato e approfondito report centrato sugli episodi di razzismo, riguardo al quale, scriveva il presidente Tommasi nel prologo, “da tanti anni, ormai, si lanciano campagne, si propongono spot o percorsi formativi ma alla fine resta una sensazione enorme di impotenza”. “Nei campionati giovanili sono purtroppo in aumento gli episodi di discriminazione – osservava Tommasi – e forse la riflessione si deve indirizzare proprio sulle nostre famiglie, oltre che alle istituzioni. L’impegno di Aic in questo ambito – concludeva Tommasi – continua nella ricerca di una chiave, di un grimaldello che sia repressivo o formativo, regolamentare o mediatico ma che possa davvero far girare pagina ad un paese e ad uno sport che meritano altro tipo di visibilità”. Ma al di là delle chiacchiere, si è fatto troppp poco finora per combattere il razzismo negli stadi italiani. Non basta una multa di poche migliaia di euro ad una società per fermare i cori razzisti dei suoi tifosi! E questo è evidente a tutti.E allora i leader del calcio italiano facciano mea culpa e approfittino di questa pausa forzata dovuta all’emergenza Covid-19 per resettare le norme sul razzismo nel calcio e inasprirle consentendo una ripresa non solo in sicurezza ma anche senza il cancro del razzismo.