Rivoluzione 5 Stelle nei concorsi. Per vincerli non basterà esser preparati

da | Mag 12, 2020 | Primo piano

Questi 5 Stelle sono davvero imprevedibili. Non finiscono mai di stupire. Il problema è che il senso di stupore che generano nel cittadino (un termine robesperriano che amano) il più delle volte è provocato dalla singolarità, chiamiamola così, delle loro iniziative, che se all’inizio dell’avventura poteva essere in qualche modo tollerata, comprendendone l’inesperienza, ora comincia a diventare preoccupante, perché si avverte chiaro il pericolo che nemmeno quel poco di esperienza acquisita sembra essere utile per renderli adeguati alla res publica che sono chiamati a gestire.

L’ultimo allarme, in ordine di tempo, lo ha seminato, soprattutto fra i giovani italiani che ambiscono  conquistarsi un posto di lavoro pubblico nell’amministrazione statale, il ministro della Funzione Pubblica, la grillina Fabiana Dadone, una sorta di Carneade fino alla prestigiosa investitura ministeriale. Ha preannunziato con un post su Facebook (così si usa) i nuovi canoni ai quali saranno ispirati i prossimi concorsi che bandirà la Pubblica amministrazione e che saranno contenuti nel sospirato decreto-rilancio, che sta diventando, se abbiamo ben capito, un sorta di minestrone nel quale confluiranno tutti i tipi di verdure possibili ed immaginabili, ma che sarà reso più “gustoso” da tutta una serie di ingredienti che con il minestrone, tradizionalmente, poco o nulla hanno a che vedere.

Ma cerchiamo di capire qualche cosa di più dalle stesse anticipazioni fornite dal ministro. Con una premessa: i poveri ragazzi che da anni stanno seriamente preparando concorsi e che ora avevano appena intravisto un po’ di luce, grazie allo sblocco del turn over, stanno già tremando. E vi spiegheremo perché.

Dunque la Dadone ha preannunciato la rivoluzione: “prove da svolgere in diverse sedi, in tutta Italia ed esami, compreso l’orale, al computer. Abbiamo predisposto una norma che prevede di digitalizzare i concorsi pubblici, per renderli sicuri dal punto di vista sanitario, ma anche per ridurre i tempi delle correzioni. Attualmente impieghiamo 18 mesi per dare ai candidati il risultato delle prove. L’obiettivo è portarli a otto”.

Insomma le prove in unico edificio – tipo la Fiera di Roma –  sono “impensabili”. E sin qui nulla da eccepire. Saranno svolte a “gruppi di piccole persone che entreranno separati” e con l’introduzione di “modalità informatiche per lo svolgimento di tutte le prove, non solo la preselettiva”.

Ed ecco che qui sorgono le prime perplessità. Modalità informatiche per tutte le prove? Ma la Dadone sa, e se non lo sa, qualcuno glielo dovrebbe spiegare, che dopo decenni di blocco del turn over, ai concorsi si presentano centinaia di migliaia di ragazzi e che, nonostante il setaccio delle preselettive, agli scritti ne arrivano ancora in migliaia, per cui l’ente organizzante dovrebbe sistemare, appunto, migliaia di computer in tutta Italia per procedere alle prove scritte? Ma il risvolto più inquietante sta nella previsione delle prove orali al computer. Come le si possa immaginare lo sa solo la brillante grillina, che evidentemente è stata tenuta all’oscuro di tutte le problematiche insorte per l’imminente prova orale della maturità. Insomma, l’orale al computer è un bestemmia. Figuriamoci le proteste che fioccheranno sui forum che i candidati organizzano per ogni concorso.

Ma andiamo avanti, perché il bello deve ancora venire. La Dadone esclude “sbarramenti iniziali come limiti di età o voti di laurea. Quello che vorrei che nei prossimi bandi la Pa valuti, al momento dell’orale, sono le competenze trasversali per attirare le migliori competenze”. 

Ecco, siamo al punto dolente, le “competenze trasversali”. La Dadone mira a far valere nei concorsi pubblici che verranno, nel punteggio finale, anche competenze «nuove». Si tratta delle cosiddette «soft skill», capacità «trasversali» alle diverse discipline, che non si acquisiscono semplicemente sui «libri di testo, ma con le esperienze di vita»: «Vorrei che nei futuri bandi, a parità di condizione tra due candidati, nel corso della prova orale, si valuti anche la capacità di lavorare in gruppo, di adattarsi, di gestire lo stress» e se il candidato «è una persona che ha il senso dello Stato, se tiene al bene comune», spiega la ministra. Cioè graduatorie affidate al nulla, a quanto di più ambiguo si possa immaginare. I giudici del Tar stanno già tremando, hanno lo sguardo lungo dell’esperienza e intuiscono sin da ora la mole di lavoro che li attenderà.

C’è davvero da mettersi le mani nei capelli. Con le prove orali al computer i candidati dovrebbero, tanto per cominciare, dimostrare le capacità di lavorare in gruppo.

Ora l’accertamento delle capacità di “team building” è uno ei cardini sui quali si fonda la valutazione dei “cacciatori di teste” nel privato. E viene desunta da uno o anche più colloqui orali. Frontali, come si usa dire in gergo. Ci spieghi la Dadone come i commissari di questi velocissimi concorsi che ella sta plasmando, dovrebbero, attraverso il gelo della macchina informatica, capire le capacità di adattamento al gruppo, di saper mediare gli aspetti individuali con quelli relazionali e sociali  e con gli obiettivi comuni. Insomma dovrebbero essere dei fenomeni. E immaginate voi quanta discrezionalità verrebbe affidata ai predetti commissari. Si finirà inevitabilmente con l’inserire una componente assolutamente “creativa” nella valutazione, che è l’esatto opposto del criterio che, in teoria, la ministra vorrebbe salvaguardare.

E ancora: il candidato dovrà dimostrare, sempre al computer, di “saper gestire lo stress”. Un perla.

Siamo nel campo della psicologia pura. E già di per sé ci si accorge che si tratta di un terreno minato. La resilienza allo stress, secondo i canoni comuni di questa scienza, si fonda su ben sette fattori psicologici. È resiliente chi: non catastrofizza, non vive nell’impotenza appresa, dà significati positivi alle situazioni, è esperto di auto-accettazione, si focalizza sulle cose che stanno andando bene, possiede buone capacità di fronteggiamento, stabilisce limiti.

Se non fosse una cosa estremamente seria, verrebbe da ridere. Ma al solo pensare che un commissario piazzato davanti a un computer riesca a intuire, via Skype, le capacità di resilienza allo stress di un ragazzo, che proprio perché si sta giocando il futuro non può non essere in ansia, fa non ridere, ma piangere.

Con queste considerazioni rimaniamo ancora nel campo dell’estemporaneità. Dove invece il pericolo è serio è nell’ultimo passaggio della Dadone. Qui vengono i brividi a noi, figuriamoci al giovane che sta lottando disperatamente per conquistarsi un posto di lavoro.

Dov’è il pericolo? Semplice: la Dadone sostiene che il candidato deve essere una persona “che abbia il senso dello Stato e tiene al bene comune”. E qui casca l’asino. Perché i canoni richiesti dalla visione settaria dei 5 Stelle per avere il senso dello Stato e tenere al bene comune fanno accapponare la pelle.

Dimostrare di avere il senso dello Stato significherà per un candidato, secondo la dottrina Dadone, essere convinto che tutti gli italiani sono ladri, al di fuori dei grillini, che al primo soffiar di un refolo di sospetto è d’obbligo sbattere chiunque in prigione e lasciarlo marcire all’infinito, senza che il pm che lo ha fatto mai paghi nulla, nemmeno se ha commesso un errore clamoroso, che per essere candidati e quindi eletti parlamentari della Repubblica bastano 490 clic (vedi Di Maio), che esistono i “grandi poteri occulti” delle multinazionali e soprattutto delle banche, che la corruzione è il reato più grave che possa esistere, più grave degli stupri, del traffico di droga, dell’associazione per delinquere di stampo mafioso, del terrorismo, del traffico di organi, del commercio internazionale di armi e della pedofilia, che per consentire ai pm di sbatterti in galera è possibile violentare anche le regole più elementari della privacy e della riservatezza, infilandoti un virus nel telefonino, che tutte le Ong sono “taxi del mare” per trasbordare migranti, che l’acqua è un “bene comune” e che guai a farla gestire ai privati, anche se il pubblico è incapace e continua a far disperdere miliardi di ettolitri, che la trattativa fra Stato e mafia per far cessare gli attentati del 1993 non è affatto una bufala, che c’è stata sul serio, perché lo asseriscono Davigo e Di Matteo, anche se le prove non vengono fuori, nonostante indagini costosissime e ultraventennali, che prima che si indicano le elezioni per il rinnovo del Parlamento si possa impunemente spedire al presidente della Repubblica una lista dei “presunti” nuovi ministri, infischiandosene di quanto prescrive la Costituzione. E che se un presidente della Repubblica, com’è nei suoi poteri, si oppone alla nomina di un ministro, bisogna chiederne l’impeachment. Anzi no, dopo un paio di giorni si può cambiare idea, secondo i canoni della coerenza allora vigenti, dettati dallo statista di Pomigliano. Avevamo scherzato. Chiedere la messa in stato d’accusa del capo dello Stato è robetta.

Significherà dimostrare di essere convinti di tutto questo all’orale, se si vuole vincere il concorso, secondo le suggestive trovate della ministra. Essere cioè in sintonia con il pensiero unico dominante, seminatore di odio sociale, nel pianeta 5 Stelle. E la valutazione del possesso di queste doti, che renderanno allo Stato un dipendente non proprio preparato, ma modello, verrà affidata ad un colloquio orale attraverso Skype? Dadone, Dadone, ma fai sul serio?

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