bonafede

L’opposizione di destra ha presentato, come è noto, una mozione di sfiducia nei confronti del ministro della Giustizia Bonafede, reo di aver consentito, senza opporsi, la scarcerazione di circa 300 boss della malavita organizzata. Una scivolata clamorosa del ministro, ma certo non la più grave. Salvini e la Meloni lo hanno fatto nella speranza di ricevere il conforto dei voti di Renzi. Speranza, diciamolo subito, che si tramuterà in una pia illusione, perché Renzi può fare di tutto, dimenarsi, minacciare, tenere Conte sulla graticola, ma a far cadere il governo non ci pensa proprio. E’ evidente, infatti, che una sfiducia che passasse con i voti di Italia Viva equivarrebbe all’implosione dell’Esecutivo. E questo non è proprio il momento, né di crisi di governo, né tanto meno di elezioni anticipate.

Così inquadrata, la mossa di Salvini e della Meloni rischia di tradursi in un ennesimo buco nell’acqua e non solo. Stando almeno ai sondaggi la guerriglia dell’opposizione sta fruttando solo penalizzazioni in termini di consenso. La Lega è in discesa costante, timidi i progressi per la Meloni e sostanziale indifferenza nei confronti di Forza Italia, che pur attraverso Berlusconi ha mostrato un atteggiamento costruttivo ed assai poco belligerante.

Insomma fare la guerra al governo non paga ed anche questo ulteriore attacco a Bonafede rischia di trasformarsi in un boomerang. Ma ormai Salvini non ne azzecca una ed anche questa iniziativa si inquadra tra quelle poco lungimiranti che ha preso negli ultimi tempi.

Ciò detto bisogna però spendere qualche parola su Bonafede, che a prescindere dai giochi politici del momento, che dovrebbero metterlo al sicuro, una sfiducia, viceversa, la meriterebbe per davvero.

Questo giovane avvocato siciliano trapiantato a Firenze rappresenta l’incarnazione vivente e perfetta del grillino giustizialista e forcaiolo, manettaro e moralista, del tipo che lui e i suo compari sono gli unici onesti che esistono sulla faccia della terra. Gli altri tutti ladroni, da crocifiggere senza se e senza ma.

Da quando è a Via Arenula ne ha combinate di tutti i colori e l’accondiscendenza alla liberazione dei boss rappresenta, appunto, l’aspetto meno censurabile della sua gestione. Anche se in queste ore ne ha fatta un’altra delle sue, facendo approvare un decreto legge che prevede che entro 15 giorni bisognerà rivalutare la posizione di ciascuno degli scarcerati. Una perla. Capirete bene che, messi sull’avviso, molti boss, ovviamente, tra 15 giorni non si faranno trovare all’appuntamento per il rientro nelle prigioni. Un’idea geniale, non c’è che dire.

Ma tornando alle imprese di Bonafede. La medaglia d’oro spetta alla riforma delle intercettazioni. Si è battuto, e l’ha ottenuta,  creando un sistema invasivo indecente sulla privacy e che certamente verrà sottoposto al vaglio della Consulta. E sperabile che i supremi giudici non tollereranno un’intrusione così capillare, attraverso i famigerati troyan, nella vita di ciascuno di noi che dovesse incappare nelle infide maglie della giustizia.

E non ha risolto il problema-chiave, che è quello dell’uso e della pubblicazione (che avviene non per colpa del giornalista, ma perché qualcuno viola il segreto istruttorio) “ad orologeria” delle intercettazioni, finalizzate all’esclusivo tornaconto dei pm inquirenti e allo “sputtanamento” su questioni non attinenti al processo, dell’imputato. Che il più delle volte, poi, finisce per essere assolto per non aver commesso il fatto, ma che si ritrova con una vita personale, familiare e sociale irrimediabilmente compromessa.

Ma si tratta, chiaramente, di argomenti che al ministro non interessano. E non potrebbero comunque riguardarlo, visto che intercettazioni così spregiudicate serviranno a scoprire corrotti e mazzettari. Perché è proprio questo il motivo che ha spinto Bonafede a far approvare la riforma.

Lui, come tutti i grillini, a cominciar dal suo referente Di Maio, continuano a vivere nell’ossessione maniacale della lotta alla corruzione. Cosa saggia e giusta, assolutamente condivisibile, perché di ladri che rubano a danno di tutti noi, infischiandosene delle condanne morali e materiali, non ne possiamo più. Staniamoli, quindi questi furfanti. Ma a patto che il ministro, il governo, lo Stato si ricordino che esistono delinquenti che compiono reati molto più gravi, che destano maggior allarme sociale e che in tutti i sistemi penali del mondo civile vengono puniti più gravemente della corruzione. Quali iniziative ha adottato il ministro Bonafede per combattere lo spaccio e il commercio internazionale di droga, la criminalità organizzata, il racket e l’usura, gli stupri, il traffico internazionale di esseri umani, le ecomafie? Non si riscontrano le stesse sollecitudini impiegate per far approvare la legge “spazzacorrotti”, che è lo scalpo trionfale che i pentastellati sbandierano credendo di aver risolto il problema della giustizia. Senza naturalmente porsi le questioni vere, che sono la celerità dei processi, l’assunzione di giudici e cancellieri,  la separazione delle carriere e la responsabilità dei magistrati dalla custodia cautelare facile.

E vogliamo parlare di quell’altra barbarie, sempre ascrivibile al nostro ministro giustizialista, dell’abolizione della prescrizione dopo il primo grado di giudizio? L’ha fatta passare infinocchiando il Pd del tremebondo Zingaretti con la promessa della simultanea riforma del codice di procedura penale, che avrebbe dovuto garantire processi più rapidi.

In qualunque altro paese, non soggiogato dalla demagogia del suo governante, questa riforma sarebbe stata varata a tempi invertiti. Prima un processo più celere e poi l’intervento sulla prescrizione. Qui da noi è avvenuto tutto il contrario, con l’aggravante che la riforma del processo penale la stiamo ancora aspettando. Una vergogna, frutto di pura propaganda da parte di un ministro esponente di un partito che ha fatto dell’odio sociale la sua ragion d’essere.

E tanto per non farsi mancare nulla Bonafede è arrivato impreparato (come, per onestà, dobbiamo ammetterlo, siamo arrivati tutti) all’emergenza coronavirus. Ma mentre tutte le attività riprendono, i tribunali continuano a rimanere chiusi e nell’agenda del titolare del dicastero la questione non si pone. Giustizia negata, chi se ne frega.

Nei quasi tre anni di gestione non ha affrontato e risolto il problema delle carceri e del sovraffollamento. Tant’è che quando sono scoppiate le rivolte, al momento dell’esplosione dell’epidemia, ci sono scappati anche tredici morti. Dei quali nessuno parla, passati tranquillamente nel dimenticatoio.

Ma è proprio sulle carceri che si è materializzato l’ultimo scivolone dell’incauto Bonafede. Lo ha smascherato il magistrato siciliano Di Matteo, un idolo dei 5 Stelle, eletto recentemente al Consiglio superiore della Magistratura in seguito alle dimissioni di un membro coinvolto nel gravissimo scandalo che ruotava attorno al giudice Palamara e che, naturalmente, è stato messo a tacere.

Ebbene Di Matteo ha rivelato che Bonafede gli aveva proposto la nomina a responsabile del Dap (si guadagna il triplo di quanto guadagna un magistrato ordinario) e che al momento in cui lui l’aveva accettata, il ministro avrebbe fatto marcia indietro, preferendogli un altro e insinuando che quel diniego fosse sopraggiunto in seguito alla reazione negativa che alla notizia della nomina di  Di Matteo si sarebbe scatenata tra i boss detenuti al 41 bis. Un’accusa terribile, sulla quale, visto che è comprensiva anche di una notizia criminis, sarebbe necessario far chiarezza, perché delle due l’una: o Di Matteo s’è sognato tutto e sarebbe gravissimo, visto che tra l’altro, appunto, è anche un componente del Csm. Oppure dice il vero e Bonafede, che sarebbe in tal caso in malafede, dovrebbe chiarire a noi cittadini e al Parlamento. E se non fosse in grado di dare una spiegazione convincente, non avrebbe altra scelta che quella di togliere il disturbo. Ma anche su questa inquietante vicenda, complice la fase 2 del Covid 19, sta calando la cortina del silenzio.

Nel frattempo in queste ore il governo sta preparando il decreto-rilancio con il quale  impegnerà più di 50 miliardi per fronteggiare la crisi economica scatenata dalla pandemia. Dentro ci sarà di tutto: interventi a fondo perduto, occupazione, bonus per l’edilizia e per le bici elettriche, provvedimenti per la scuola e per le imprese e tanto altro. Ma dentro c’è pure, al momento, un emendamento, l’articolo 36 bis, su un materia che non ha nulla a che vedere con il rilancio e che prevede che, in considerazione della situazione venutasi a creare e, ovviamente, nell’interesse generale del Paese, i magistrati in servizio al 9 aprile non andranno più in pensione a 70 anni (misura voluta da Renzi), ma a 72. Guarda caso, proprio ora che l’altro idolo dei 5 Stelle, il Davigo onusto delle glorie di Tangentopoli, da ottobre prossimo compirà 70 anni e chiedeva di essere esentato dal pensionamento in quanto membro del Csm. Ma la norma non lo prevede e quindi gliela stanno confezionando d hoc. L’emendamento lo hanno già definito il “salva Davigo”.

Un’altra perla di Bonafede?

Assolutamente no. Questa volta il ministro che gode al tintinnio delle manette, non c’entra. Anzi è letteralmente imbufalito e chissà se l’emendamento passerà, perché minaccia sfracelli. Vi chiederete perché? Semplice: perché il suo ex idolo Di Matteo è il pupillo di Davigo. Stessa scuola di pensiero e di azione. E dopo l’attacco ricevuto dal pm palermitano, un favore così grande al mentore del suo accusatore proprio non lo può sopportare. Così va.