Quando fu nominata, dopo la rinuncia di Fioramonti, ministro dell’Istruzione, da qualche parte si levarono commenti entusiastici. Finalmente la donna giusta al posto giusto. Certo l’entusiasmo era eccessivo, sarebbe bastato andare a dare un’occhiata al partito di appartenenza, per essere quanto meno più cauti. Si sa, certe volte i giudizi d’impatto non guardano alle sfumature. Lucia Azzolina nella vita di ogni giorno faceva la preside, e garantiva, in linea di massima, la conoscenza diretta dei problemi che avrebbe dovuto affrontare.

Ma nemmeno il tempo di conoscere il suo nome che già il cinico deflagrare del web cominciò a far circolare tutta un serie di dubbi e di perplessità. Azzolina preside? Sì, ma senza grandi onori.

In effetti, si venne a sapere attraverso le rivelazioni del professor Massimo Arcangeli, presidente della Commissione per l’accesso al ruolo di dirigente scolastico che aveva giudicato il ministro da aspirante preside, che nonostante l’idoneità ottenuta, la prova orale della Azzolina al concorso non era stata brillantissima. Tutt’altro. “Non ha risposto a nessuna delle domande d’informatica, al punto da strameritarsi uno zero (il massimo era 6). Ho un nitido ricordo di quella prova – raccontò Arcangeli – come pure di quella volta ad accertare la conoscenza della lingua inglese. Il voto ottenuto dalla candidata Azzolina fu allora il più basso fra quelli maturati dal quintetto della mattinata: 5 su 12”.

E come se non bastassero le bordate del professore ecco che si venne a scoprire che qualcosa, nel suo curriculum, non aveva funzionato nemmeno al tempo della tesi di laurea.

Fu “Repubblica” a portare a galla un particolare non proprio esaltante per il cursus honorum della neo ministra. Secondo il quotidiano, la Azzolina aveva copiato buona parte della sua tesi al termine della Scuola di specializzazione per l’insegnamento secondario della Toscana, presentata all’università di Pisa dieci anni fa. Nelle 41 pagine dal titolo “Un caso di ritardo mentale lieve associato a disturbi depressivi”, la ministra del Movimento 5 Stelle avrebbe plagiato parte del testo, proveniente da altre fonti, senza aggiungere alcuna citazione nella bibliografia finale.

Per i 5 Stelle un uppercut. Loro, soliti forcaioli, qualche anno prima avevano scatenato una sarabanda contro l’allora ministra Maida per un episodio analogo. Ma si sa per i grillini vale sempre il motto: “Non potete fare quello che noi possiamo fare”. E quindi tutti zitti, ad incassare il colpo e a festeggiare il nuovo cadreghino conquistato, grazie solo al frazionamento del ministero prima nelle mani dell’eretico Fioramonti.

Al silenzio dei 5 Stelle fece da contraltare il velenoso contrattacco della Lega e la Azzolina fu costretta a precisare. “Non fatevi prendere in giro: non é né una tesi di laurea, né un plagio, né nulla. Ho sentito tantissime sciocchezze, era solo una relazione di fine tirocinio Ssis (Scuola di specializzazione all’insegnamento secondario)”. Tutto chiarito? Niente affatto, tesi o relazione finale poco cambia, l’ombra rimase.

Con queste premesse era facile ipotizzare che il percorso ministeriale della preside non sarebbe stato tutto rose e fiori. E l’emergenza coronavirus, infatti, ha creato non pochi imbarazzi alla ministra, che chiamata al proscenio da decisioni importanti ha inanellato una serie di gaffe e di incertezze che ne hanno, definitivamente compromesso l’immagine.

La bufera delle ultime ore riguarda la proposta di far ripartire la scuola a settembre con una singolare programmazione: metà giorni di lezioni in aula e metà da casa. Un coro unanime di proteste, dai genitori, dai sindacati, persino dagli alunni, si è levato immediato contro questa bislacca proposta. Subitanea la marcia indietro. “Era solo un’idea, non ho mai parlato di doppi turni, avevo pensato solo all’ipotesi che una metà degli studenti andasse a scuola per una settimana e poi l’altra metà”. Un rimedio peggiore del male, perché la soluzione appare ancora più stravagante.

La critica più feroce arriva dal Pd, alleato di governo del partito della ministra: “Parole offensive”, ma anche  da Leu e Autonomie (“Sconcerta che offenda chi ha idee diverse”), da Iv (“Schiaffo a Parlamento e famiglie”), da Forza Italia (“Lascia di stucco”). E dal Family day (“Con lezioni a metà sarà un disastro”).

Insomma da un ministro che deve tentare di individuare il modo migliore per affrontare la ripresa dell’anno scolastico, che è un tema decisivo per il futuro di milioni dei giovani che sono il nostro futuro, l’idea di frazionare le classi, facendole andare a scuola a settimane alterne non è proprio il massimo della genialità. Chiunque altro, al posto suo, si sarebbe affrettato sin da subito a capire come fare per risolvere, nell’emergenza, il problema delle aule che mancano. Lo Stato, soprattutto attraverso le sue propaggini locali, ha migliaia di edifici abbandonati, prevalentemente nelle grandi città. Pensandoci per tempo e con il confronto di qualche altro ministero (vedi Sviluppo economico) un’idea più brillante per creare nuovi spazi l’avrebbe trovata. Quel che è certo è che da settembre in poi addio alle “classi pollaio”,  non ci potranno essere più stipati in una sola stanza trenta e più ragazzi. Ed è certo anche che per fronteggiare questa imprevedibile nuova situazione,oltre che nuove aule, ci vorranno anche più professori.

E qui si apre un altro fronte bollente. Come tutti sanno il Ministero ha bandito due concorsi, uno straordinario, per fare entrare in ruolo 24mila dei 70 mila precari che hanno alle spalle tre anni pieni di insegnamento. Ed uno ordinario, per reclutare altri 25 mila professori. Il concorso ordinario avrà tempi più lunghi, ma quello straordinario, almeno stando al bando, prevede che la selezione debba farsi con una unica prova, rispondendo ad 80 quiz. Una sorta di “Lascia o raddoppia”, una scelta improvvida che ha scatenato le proteste non solo dei diretti interessati, ma di tutti i sindacati e di quasi tutti gli altri partiti, compreso il Pd.

A luglio dovrebbe organizzarsi un concorso con sede unica nazionale al quale dovrebbero partecipare almeno settantamila candidati. Alla faccia del distanziamento sociale. Per non parlare ovviamente della bizzarria di mettere in cattedra solo i più fortunati che in ottanta minuti saranno riusciti a imbroccare, con una grande componente di buona sorte, il maggior numero di risposte esatte. In un caso come questo la soluzione più logica sarebbe quella di decretare una classifica in base ai soli titoli, visto che si tratta di docenti che comunque almeno da tre anni, svolgono regolarmente il loro lavoro. Anni di anzianità, voto di laurea, altri titoli. Basta presentare la domanda con accluso il curriculum in autocertificazione e nel giro di pochissimi giorni, oplà, la graduatoria è bella e pronta. Con una certa parvenza di rispetto del merito e senza creare pericolosi assembramenti. Ma tutto questo che sembra un gioco da ragazzi per la Azzolina è impossibile. Sentitela, ospite de ”L’Intervista di Maria Latella” su Sky Tg24. “Chi dice che “si possono fare concorsi per titoli mente spudoratamente, nessuno sarebbe assunto a settembre perché i tempi non ce lo permettono”. Una boutade. Apriti cielo. Si scatena contro il ministro, un altro vespaio di polemiche bipartisan nel mondo della politica e della società civile.
“Dalla ministra Azzolina parole sconcertanti e offensive contro i gruppi di Pd, Leu e Autonomie. Siamo rei, dopo aver chiesto invano un supplemento di riflessione politica, di aver presentato un emendamento per modificare le procedure del concorso e cancellare la prova iniziale a quiz in presenza, vista l’emergenza sanitaria in atto che con tutta evidenza espone questo iter a rischi reali a partire da una gestione delle prove in presenza con migliaia di persone coinvolte a livello interregionale”, si legge in una nota di Francesco Verducci, primo firmatario dell’emendamento PD-Leu-Autonomie sui concorsi.

Sul piede di guerra anche i sindacati, al completo e persino il governatore della Regione Puglia Emiliano. Nei prossimi giorni previste assemblee sindacali in tutta Italia, ma la partita si gioca ora in Parlamento, al momento del voto sull’emendamento. E la Azzolina rischia davvero grosso.