La teoria evoluzionistica di Darwin parte da un concetto fondamentale che è la capacità di adattamento degli esseri viventi, non necessariamente solo l’uomo, alle modificazioni dell’ambiente e di altri fattori naturali che possono intervenire. Trasmutando i fatti, senza troppi giri di parole, a ciò che sta accadendo nel mondo dello sport in Italia, del calcio in particolare, mi viene da pensare nessun protagonista di quel mondo sappia o voglia “adattarsi” alle mutate esigenze di varia natura che il Covid-19 impone come necessità per andare avanti senza creare pericolosi attentati alla vita del pallone stesso inteso come sport e come azienda. Stiamo assistendo a uno spettacolo indegno dove la politica e i politici, il calcio e i suoi attori protagonisti, dirigenti e pure giocatori, ancora non sono riusciti a trovare nei fatti un reale punto d’incontro. Non a caso, sin dagli inizi di marzo, scrivendo questi appunti, ho accomunato e paragonato politica e sport, soprattutto il calcio-business, ad una torre di Babele dove non c’è possibilità di comprensione tra le varie e diverse componenti. Si è accusato e si accusa il ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora di essere “nemico” del calcio e di voler affossare soprattutto la serie A viste le sue estemporanee uscite, un giorno si e l’altro pure, capaci di dire tutto e il contrario di tutto smentendo se stesso contro un ambiente comunque pieno di incongruenze e divisioni sul da farsi. Non sono stati accusati, però, il presidente del Coni, della Federcalcio, delle tre Leghe professionistiche e dell’Associazione calciatori di aver sempre parlato ognuno per sé, perdendo tempo prezioso per fare fronte comune, anche contro il “nemico” Spadafora, e proporre quanto prima un piano strategico comune per far ripartire il calcio su basi più solide non solo tecnicamente ma anche economicamente, adeguate alla nuova realtà che il Coronavirus impone globalmente a tutto il movimento sportivo, dalla base al vertice. Ognuno per sé, con le sue invidie, ripicche, gelosie, interessi da difendere o soldi da risparmiare e Chissenefrega se è proprio il calcio, nella sua totalità, a rischiare di sparire per oltre il 40% di società e oltre un milione di tesserati e addetti ai lavori.

Mercoledì 18 marzo, sulle colonne di “Quotidiano Napoli” scrivevo: “Il Coronavirus per il calcio italiano non deve essere il vaso di Pandora scoperchiato ma rappresenta l’opportunità per riorganizzarsi con un ridimensionamento necessario e ripartire, rinascere riformando i tre campionati professionistici e la serie D”. E più avanti proseguivo: “ È l’occasione, questa, per arrivare ad una comunione di intenti vera, sia politica che nello sport, senza che il calcio si astragga dai problemi reali come se vivesse su un altro pianeta. Per evitare problemi, meglio resettare tutto, pensare ad una A anche a 22 squadre per poi riportarla anche a 18, dividere la B in due gironi e ritornare subito al semiprofessionismo per salvare la serie C e la D”.

Si era nel bel mezzo della pandemia e quello che proponevo era una sorta di piano “B” dettato dalle esigenze di un momento drammatico per il paese, nel quale davvero non si vedeva futuro immediato né per il calcio né per un ritorno ad una parvenza di normalità, vista la realtà nuova, tragica, inimmaginabile che il virus aveva, ha, disegnato. Non sono qui ad autocitarmi per compiacermi, ma la mia formazione sportiva, di campo e non solo, è nata e si è sviluppata tra Centro Sportivo Italiano, Figc, Aiac, fin dal 1970, anno del mio primo tesseramento federale. Al giornalismo ci sono arrivato quasi per caso, spinto da Guido Prestisimone, Antonio Sasso e Antonio Scotti e, pur faticando da burocrate, ho sempre coltivato le mie “passioni” studiandone i fenomeni e vivendole in modo professionale. Consentitemi, perciò, di avere espresso un’idea, un progetto concreto e realizzabile per un mondo, lo sport in genere, il calcio in particolare che quel mondo aiuta in modo sostanziale, che amo tuttora e che è stato palestra di vita nelle vittorie come nelle sconfitte. Per questo motivo voglio rivolgermi in particolare, sperando che queste righe gli arrivino, a Cosimo Sibilia, persona di cui ho apprezzato e seguito la crescita umana, politica e sportiva, attualmente Vicario di Gabriele Gravina e presidente di quell’universo variegato, talvolta folcloristico ma ricco di passione e spontaneità che è il mondo del calcio dilettante. Consentitemi di gridarlo forte: il calcio vero, quello di molti campi ancora terrosi e di spogliatoi fatti spesso da container, baracche, ma piene di vita e di voglia di stare insieme solo per giocare.  Cosimo Sibilia, a mio modesto avviso, può essere lui, il vero ago della bilancia, il mediatore con la politica “nemica” del calcio, dei tanti interessi che coinvolgeranno il calcio che verrà dopo il Coronavirus. Da quel 18 marzo in cui scrivevo mentre la gente si contagiava e moriva a migliaia, sembra che fortunatamente la violenza del virus ed i contagi e i morti siano in continuo calo. Sibilia, da uomo di calcio e rappresentante delle istituzioni è la persona giusta per dare risposte ai dubbi e alle paure di un ministro, Spadafora, accerchiato e pressato da troppe parti, politicamente ma non solo. E non posso credere che il Ministro dello Sport, persona deputata a difendere il movimento ed i suoi valori, siano essi etici o economici, sia “Il Nemico” del fenomeno sportivo ed economico più rilevante del Paese, quello che consente di creare e far crescere i campioni di altre discipline ma anche di formare la base di tutto il movimento olimpico nazionale. Sibilia, da Onorevole e da Presidente dalla LND, è l’uomo che meglio può spiegare a Governo e Ministro come serva una soluzione congiunta con le realtà del mondo calcistico e che guardi agli interessi di tutto il calcio, dalla serie A alle scuole calcio così come è giusto anche per le piscine, le palestre e le scuole di danza. Sibila è uomo d’azione ma anche capace di innovazioni importanti. Due anni fa nel corso di un’intervista telefonica in una trasmissione televisiva gli chiesi: “Presidente, non hai mai pensato, vista l’innovazione del Var, al tempo effettivo e a più sostituzioni in corso di gara?”. Lui rispose sorridendo: “ L’ho già fatto nel calcio a 5 verrà il momento giusto anche per il calcio a 11”.  L’occasione per rinnovare e riformare il calcio, non per introdurre adesso il tempo effettivo, ma per rivedere situazioni che porterebbero al collasso del sistema e alla scomparsa di molti club professionistici e ad un’ecatombe tra i dilettanti, è adesso.  Non va sprecata per gli interessi di pochi e le beghe della politica. Sono convinto che il calcio, come sport, ha ancora valori importanti. Si deve ritrovare compatto per esprimerli e tornare ad essere momento di distensione e serenità in tutte le sue componenti. Per Conte, Spadafora, Sibilia, Malagò e gli altri protagonisti valga una frase scritta da Gabriel Garcia Marquez agli amici quando ormai sapeva di essere alla fine dei suoi giorni: “Valuterei le cose, non per il loro valore, ma per ciò che significano”. Valutino il calcio per ciò che significa e non per il suo valore intrinseco di sport- business. Il calcio, all’epoca del Coronavirus, significa, deve significare anche rinascita per guardare ad un futuro migliore.