Giovanni Malagò
Giovanni Malagò

È diventato un braccio di ferro, politico ma non solo. Economico, sociale, ideologico? C’è di tutto dietro il “no” alla ripresa degli allenamenti di calcio per le società il 4 maggio prossimo. Ma c’è soprattutto l’arroganza, quella dell’inusuale tandem politico Spadafora-Malagò sul duo sportivo economico Gravina-Dal Pino.

Malagò, numero uno del Coni, con la ignorante, spocchiosa saccenza e complicità di Spadafora e di un comitato scientifico il cui unico assioma sembra essere “rimanere a braccia conserte finché il virus, questo sconosciuto, non toglierà il disturbo”, si è aggiudicato il primo round di un match che potrebbe vedere entrambi i contendenti finire ko. Malagò, perché senza i soldi del calcio non potrà creare i campioni che ogni quattro anni consentono allo sport italiano e al Coni di finire sulle prime pagine dei giornali grazie ad imprese di singoli e non alla forza trainante di un movimento progettato e programmato realmente per essere sempre più importante e competitivo a livello mondiale. Gravina, perché se non dovesse passare la sua linea politica, in verità sempre coerentemente sostenuta, di terminare i campionati, soprattutto quello di A, per necessità più economiche che sportive, sarebbe un disastro per tutto il movimento che rappresenta. Sempre più, sono convinto che le logiche dei due poli contrapposti non abbiano alcun senso. Così come non lo ha avuto impedire la ripresa degli allenamenti del calcio il 4 maggio. Quanto è grande una piscina rispetto ad un campo di calcio? È almeno tre volte più piccola… E in una struttura di uso esclusivo di un club di calcio, creando delle corsie ognuna di tre metri su un campo lungo 100 metri e largo almeno 65 facendo partire un gruppo di ventidue giocatori (undici per parte) dalle due opposte linee di fondocampo, intervallandoli uno ad uno in senso opposto, non verrebbero rispettate distanze e contatti molto più di quanto non accadrà con runner e sportivi (magari gli stessi calciatori) nei parchi, nelle piscine o per strada? Signori, qui non è in discussione la necessità di tutela della salute degli atleti. Questa è, da parte di Spadafora, dello stesso Malagò e con un Conte più insignificante del Re Travicello della famosa favola di Fedro, una vera e propria guerra di religione agli “infedeli” del calcio.

E Gravina da uomo intelligente, l’ha capito tanto da usare toni diplomatici per riaprire un confronto fattivo con il governo “per il bene di tutto lo sport”. Una stoccata, più o meno diretta, a Malagò che forse non vuole ancora riconoscere la funzione sociale trainante del calcio come sport nazionale oltre che come industria. La speranza, ultima dea, è che il 18 maggio gli allenamenti delle squadre possano svolgersi in gruppo per accelerare la ripresa del campionato magari con la piena adesione e decisione di Conte e di Spadafora che devono riappropriarsi del ruolo guida che la carica istituzionale attribuisce loro in uno alle responsabilità decisionali. Non decidere per paura di farlo e sbagliare, o peggio ancora, fingere di non decidere avendo già chiara l’idea di non far riprendere il campionato per la volontà del comitato medico scientifico e per tutta una serie di altri motivi, sarebbe un atto di viltà e di irresponsabilità verso uno sport che è anche azienda e che muove centinaia di milioni non solo all’interno del sistema ma anche al suo esterno dando lavoro a migliaia di persone. Trovino i politici la forza e la volontà di decidere. Trovino un’intesa, anche sotto forma di tregua, Malagò e Gravina.Questa guerra sottile, come dicevano i latini, cui prodest? (a chi giova?).