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“La Campania, e in generale tutto il Paese, ha risposto con grande maturità alle misure di contenimento. Misure penalizzanti per tutti dal punto di vista psicologico ed economico. Continuare con il lock down, senza alcuna modifica rispetto alla prima fase, significherebbe che c’è stata un’analisi della situazione solo parziale da parte della politica. In casi come questi, a supporto della classe politica, può venire la scienza. In particolare, osservando il rapporto tra numero di individui positivi al SARS-Cov-19, pazienti gravi che necessitano di ricovero in terapia intensiva e pazienti guariti, è evidente che si possa e si debba riaprire, con diversi gradi di apertura. Il protrarsi del lock down “sic et simpliciter”, è sbagliato. Dopo sei settimane di chiusura completa di quasi tutte le attività, sarebbe auspicabile ricevere da chi ci governa un maggior numero di proposte e soluzioni. Non si può mettere il cittadino davanti al dilemma di una scelta tra rischio di contrarre il virus o perdere il lavoro. È qui che entrano in gioco le responsabilità della politica”.

Annamaria Colao, scienziata di fama internazionale, titolare della Cattedra Unesco in Educazione alla salute e allo sviluppo sostenibile presso la Federico II, fa il punto della situazione in Campania e in Italia sull’emergenza Coronavirus, proponendo la sua ricetta per la riapertura, in una lunga intervista rilasciata per la testata “Ricerca e salute” ad Alessandro Sansoni e Maria Neve Iervolino. Ne riportiamo i passaggi salienti.

Professoressa Colao a che punto siamo con l’epidemia? Il peggio è passato?
Al momento i dati dimostrano che il tasso di contagio è passato da un valore superiore a 2 dell’inizio di marzo ad un valore inferiore ad 1. Ciò significa che all’inizio dell’epidemia, ogni malato poteva contagiare più di due persone mentre adesso ne contagia meno di una. Una importante riduzione, non siamo tuttavia in una fase di rischio contagio zero.

In che modo sarebbe opportuno organizzare una riapertura?
La mia visione, rigorosamente come medico e quindi senza alcuna competenza in materia economica, è di prolungare le misure di isolamento per i soggetti a maggior rischio di contrarre il CoViD in modo più severo: gli ultrasettantacinquenni, i pazienti con comorbidità severe, come diabete, obesità, malattie polmonari e cardiache croniche, o tumori,  a maggior ragione se uomini, visto il noto rapporto sfavorevole per il sesso maschile. Si potrebbe quindi riaprire favorendo un’apertura per fasce di popolazione, a cominciare dai più giovani, che hanno un rischio ridotto di sviluppare la malattia in modo severo. E’ evidente che dobbiamo anche essere certi della negatività della presenza del virus, ciò comporta in tampone a chi riprende a lavorare. Allo stesso modo per i soggetti che si sono ammalati e sono guariti, dovremmo essere certi della presenza di anticorpi contro il SARS-Cov-19, così saremmo in grado di proteggere la popolazione dal virus senza penalizzare il benessere collettivo. Ovviamente, il distanziamento sociale, le mascherine e l’igiene delle mani e dei locali, andranno mantenuti fino all’arrivo del vaccino. Solo il vaccino, potrà darci quella tranquillità che il virus non sarà più in grado di circolare.

Quanto tempo dura l’immunizzazione dopo aver contratto il virus?
Non esistono ancora evidenze scientifiche certe al momento. Tuttavia, è possibile affermare con una discreta dose di sicurezza che con gli anticorpi ancora in circolo non è facile riammalarsi, perché sappiamo che gli anticorpi durano un certo periodo di tempo, ma quanto sia esteso ci è ancora ignoto.

Quindi?
La distinzione fondamentale da fare a questo punto è quella tra gli individui positivi, che anche in assenza di sintomi possono contagiare, e chi non è più positivo, ovvero non è più in grado di trasmettere la malattia. Meglio se ha anche sviluppato gli anticorpi tali da essere immune per un periodo.

È favorevole ai metodi di tracciamento attraverso le nuove tecnologie?
Capisco chi in questo momento li ritiene utili, perché possono tracciare immediatamente i casi di positività al virus rendendo disponibili una serie di dati e contatti, ma si tratta di strumenti il cui impiego, nella realizzazione pratica, è controverso e non esente da problemi di molteplice natura.

Perché quello del Veneto si è dimostrato un modello vincente?
In Veneto è stato scelto un approccio molto diverso da quello adottato dalle altre regioni. Mentre altrove è stato scelto di fare i tamponi solo a chi presentava una compresenza di sintomi conclamati, in Veneto da subito sono stati eseguiti su larghe fasce di cittadinanza, a prescindere dai sintomi, permettendo così una prima e fondamentale mappatura del contagio.

Come in Corea del Sud…
Esatto. Questo ha permesso di isolare gli asintomatici e ridurre moltissimo l’esposizione alle persone malate che svilupperanno i sintomi solo successivamente. Ad oggi la strategia dei tamponi in modo da mappare popolazioni più estese circoscrivendo i territori, si è dimostrata la migliore.

Il contrario di quanto è stato fatto in Campania.
La Campania è tra le regioni che hanno effettuato meno tamponi. Inizialmente, forse il dato relativo ad un aumento del numero dei soggetti positivi che fisiologicamente aumenta con  l’aumentare dei tamponi, ha spaventato. D’altra parte, ho sempre riscontrato come il presentare i dati giornalieri sul numero dei nuovi contagi senza rapportarlo in percentuale al numero di tamponi effettuati, non abbia rappresentato un dato clinicamente significativo, anzi ha dato l’impressione che il numero dei soggetti che avevano contratto il virus fosse sempre lo stesso, nonostante l’impegno economico e sanitario. Invece, contestualizzare questi dati avrebbe mostrato che incrementare i tamponi significava in realtà aumentare il controllo sul contagio. In verità, poiché il numero dei tamponi che oggi si effettuano su tutto il territorio nazionale è molto superiore rispetto all’inizio dell’epidemia, il numero dei soggetti contagiati attualmente è molto più basso.

La Campania sembra aver retto bene. Merito del personale sanitario?
In Campania i primi casi sono stati immediatamente condotti al Cotugno, un ospedale specializzato nelle malattie infettive, dove erano già presenti percorsi specifici e con personale altamente qualificato per affrontare una situazione pandemica. Sembra una banalità, ma anche sapere come si indossano correttamente i famosi dispositivi di protezione individuale fa la differenza. Non a caso, nessun sanitario si è infettato durante il duro lavoro effettuato presso l’Ospedale Cotugno (l’unico infermiere risultato positivo, probabilmente si è contagiato fuori dall’ospedale).

A proposito di eccellenze campane, a che punto è la sperimentazione del professore Paolo Ascierto che al Pascale di Napoli ha applicato il protocollo con il farmaco Tocilizumab?
Ad aprile saranno diffusi i primi dati dello studio che vede coinvolti, oltre ad Ascierto, il direttore del dipartimento di ricerca e sviluppo del Pascale, Franco Perrone, in qualità di coordinatore, insieme a Enzo Montesarchio del Monaldi e al resto del team. Il professor Ascierto ha avuto un grande merito: per i primi due casi di coronavirus ricoverati al Cotugno che avevano contratto la grave forma di polmonite interstiziale, ha contattato i medici cinesi per confrontarsi sulla strategia di uso degli anticorpi monoclonali anti interleuchina-6. La sua esperienza di oncologo esperto di immunoterapia, gli ha permesso di capire che quella terapia usata per l’artrite reumatoide poteva rivelarsi utile anche davanti a una tempesta citochinica – infiammazione acuta violenta – come quella che si verifica nei pazienti Covid. Questa intuizione, unita al coraggio di metterla in pratica, ha permesso di cambiare completamente il decorso della malattia in molti pazienti.

Non sono poche le polemiche che hanno raggiunto Ascierto, dopo l’annuncio dell’efficacia del farmaco…
È possibile che il protocollo fosse in fase di applicazione anche a Bergamo, proprio perché veniva da una idea dei colleghi di Whuan, che avevano lavorato a 20 casi usando gli anticorpi monoclonali. Paolo Ascierto, infatti, non ha mai detto che si trattava di una sua idea, ma che, sfruttando una collaborazione che il Pascale già aveva con la Cina, aveva avuto conferma che la sua intuizione era corretta e si poteva iniziare la sperimentazione (in gergo scientifico si chiama “proof of concept”). Se i colleghi di Bergamo avessero anche loro comunicato i dati in loro possesso, si sarebbe potuto lavorare insieme. Un momento di grave difficoltà come questo richiede strategie diverse nel disegno e nelle procedure di sperimentazione farmacologica.