Il Coronavirus si è portato via anche lui: lo scrittore cileno Luis Sepulveda è morto oggi all’ospedale di Oviedo, in Spagna, dove era ricoverato dallo scorso marzo quando, al ritorno da un viaggio in Portogallo, gli era stato diagnosticato il virus che in pochi giorni aveva reso critiche le sue condizioni: già da tempo era in in coma farmacologico con la respirazione artificiale.

“Sono uno scrittore – diceva di sé Sepulveda – perché non so fare altro che raccontare storie. Ma sono anche un essere sociale, un individuo che rispetta sé stesso e intende occupare un piccolo posto nel labirinto della storia. Da questo punto di vista, sono il cronista di tutti coloro che giorno dopo giorno vengono ignorati, privati della storia ufficiale, che è sempre quella dei vincitori”.

Figlio di un’infermiera di origine india e di un militante del Partito Comunista Cileno, SepúlvedaRaggiunse il successo editoriale nel 1989 con il suo romanzo esordio: “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”, dedicato a Chico Mendes ma fu anche un instancabile attivista impegnato nella lotta al razzismo in Europa, a favore dell’ecologia militante contro gli effetti lasciati in Sud America dalle dittature militari, a favore dell’ecologia militante.

Indimenticabile “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” con cui raggiunse la fama mondiale, pubblicata da Salani e poi da Guanda, cui seguirono “Storia di un topo e del gatto che diventò suo amico” e “Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà”, le tre favole della Trilogia dell’Amicizia, dove attraverso gli animali comunicava anche ai più piccoli il rispetto e l’amore per la natura, il bisogno di solidarietà tra diversi, di generosità e di fiducia: “Delle mie favole – diceva – sono sempre protagonisti animali e questo, come accadeva in quelle antiche, ti permette di vedere da lontano il comportamento umano per comprenderlo meglio”.