La Figc, attraverso il presidente Gabriele Gravina, ha reso noto il protocollo con il quale il calcio potrebbe ripartire ai primi di maggio con gli allenamenti: ritiro chiuso e permanente per oltre 1500 addetti, screening frequente a tutti i giocatori, sanificazione quotidiana dei luoghi di allenamento. La priorità è far ripartire in primo luogo la serie A e poi di seguito serie B e Lega Pro. Gravina ha ipotizzato finanche la possibilità di giocare le partite solo al Centro-Sud per chiudere la stagione. Verrà ascoltato?

Giulio Andreotti, all’epoca del suo governo, coniò una frase che sembra l’emblema dell’odierna Italia politica e del calcio in questi tempi di Coronavirus: il potere logora chi non ce l’ha. Verissimo. Sono anni purtroppo che assistiamo a scalate di potere da parte di lobby interessate più a promuovere se stesse in ambito politico e mediatico che non a tutelare gli interessi economici e sociali dell’Italia e degli italiani. E oggi, in epoca Coronavirus, in barba a decisioni che per il calcio dovrebbero essere democraticamente prese tra politica e federazione, trattandosi della quarta industria del Paese, è venuta prepotentemente alla ribalta la figura di virologi ed epidemiologi che d’improvviso sembrano diventati il Deus ex machina, gli unici in grado di poter sollevare in alto o metter giù il pollice per stabilire la ripresa o meno del calcio in Italia. Il problema, a mio sommesso avviso, è capire quanta reale autonomia o quanta voglia di protagonismo ci sia in interventi che prima negano assolutamente la possibilità di ripartire, poi vengono corretti aggiustando il tiro per diventare alla fine addirittura possibilisti sulla celere ripartenza del calcio. Non c’è dubbio che anche in questa situazione la stampa e la politica stiano creando parecchia confusione tra i milioni di italiani che, pur vivendo il momento angosciante del Covid-19, vorrebbero vedere ripartire il calcio per evadere da certi tormenti e sperare in una normalizzazione più vicina del quotidiano con il veder rotolare di nuovo una palla sull’erba.

La stampa, è divisa tra favorevoli, soprattutto quella sportiva e, mi permetto di dire, disfattisti, coloro, cioè che veder ripartire il calcio la ritengono un’offesa per gli italiani vivi e per quelli deceduti a causa del virus. La politica, al momento, in ben altre faccende affaccendata, non perde molto tempo, per bocca del ministro Spadafora o di qualche altro esponente come ieri l’altro ha fatto il sottosegretario Sandra Zampa per relegare la questione calcio ad un aspetto nin certo primario dell’attuale emergenza. Lo confesso: fino a venti giorni addietro ritenevo irresponsabile e di parte l’atteggiamento di coloro che spingevano per ripartire quando ci fossero appena le condizioni di convivere senza troppi pericoli con il Covid-19. Oggi ritengo invece irresponsabile il comportamento di sottovalutazione della questione calcio da parte delle istituzioni. E lo dico non perché il calcio possa essere un placebo dell’attuale situazione e un generatore di fiducia ma perché il calcio deve essere considerato a tutti gli effetti un’industria, magari atipica, che però genera un terzo di quanto il mercato dello spettacolo e dell’intrattenimento crea annualmente nel nostro Paese. Gravina ha capito per tempo che chiudere precipitosamente la stagione, sospendendola, avrebbe dato il là ad una serie di situazioni e contenziosi che avrebbero compromesso anche la stagione 2020/2021 e sta giustamente aspettando la fune di salvataggio dal governo per chiudere la stagione 2019/2020 ed evitare il tracollo dell’economia calcistica, dalle società agli atleti a tutto il mondo di migliaia di figure che vivono onestamente del proprio lavoro e della propria professionalità al servizio del pianeta calcio con uno stipendio normale. Se il calcio attuale meriti o no questa attenzione è un altro discorso.

È un dato di fatto che soprattutto i presidenti di serie A, ma non solo, hanno sempre preferito spendere allegramente piuttosto che avere una progettualità fatta di risparmi o di reinvestimenti lungimiranti, puntando invece a succhiare vampirescamente i diritti tv e speculare su operazioni fittiziamente concluse tra club per riequilibrare i conti aziendali al rosso creando le famose plusvalenze. Ma proprio per questi motivi considerare di secondaria importanza un discorso economico, politico e sociale sul calcio è un errore che non deve essere fatto. Nessuno si è mai azzardato a non ritenere prevalenti le condizioni di salute e di sicurezza per la ripresa di allenamenti e poi del campionato, nessuno però, o solo pochi, oltre alla sottolineatura che se non si riprende e chiude la stagione 2019/2020 si rischia l’implosione del sistema, hanno segnalato la necessità che il mondo del calcio dia una dimostrazione di unità di intenti, dandosi una dimensione più umana, nuove regole da cui ripartire compatti senza divisioni, tra presidenti, dirigenti e giocatori.

Un gentlement agreements dove tutti, finita l’emergenza, si diano da fare per un rinnovamento del sistema che sia più aderente e vicino alla vita reale. È stata questa mancanza di coesione che finora ha fatto sì che il ministro Spadafora, il professor Rezza o anche il sottosegretario Zampa relegassero in un cantuccio l’argomento calcio, forti di un potere che il calcio, distante anni luce dal resto del mondo, non si è mai pensato di dare se non all’interno del suo stesso sistema fatto di beghe, ipocrisie e imbrogli. È arrivato il momento che anche il calcio diventi titolare di un potere reale, legittimo e diretto, che si faccia rispettare per quello che può essere realmente e non il figlio minore di alleanze politiche, di interessi condivisi con altri gruppi di potere o, peggio, di collusioni non solo potenziali con soggetti  organizzazioni legate al malaffare. Come diceva Andreotti: “Il potere logora chi non ce l’ha”. Il calcio e le sue componenti si diano da fare compatte ma non con sistema andreottiano bensì con onestà, trasparenza e umiltà per essere davvero la bandiera dello sport e rappresentativo di tutti gli sport e non solo di se stesso egoisticamente.