Proseguiamo il racconto dell’emergenza sanitaria mondiale da tanti napoletani che vivono all’estero e possono illustrarci le condizioni nel loro paese adottivo e il loro sguardo sulla nostra città in questo momento così complesso. Giuliano Nardella, operatore sanitario in una clinica di Tolosa, in Francia, dove vive da diciotto anni è un uomo in prima linea che ci racconta cosa sta accadendo oltralpe.

Giuliano Nardella

Come vede quest’emergenza dal suo osservatorio diretto?
«Vivo questo momento lavorando al fronte, in clinica, e restando a casa quando non lavoro. Attualmente la situazione in Francia sta migliorando: grazie alle misure restrittive imposte dal governo, i contagi calano e aumentano le dimissioni dei pazienti dai vari reparti. La gestione all’inizio è stata un po’ confusionaria, con politici che continuavano a sostenere la scarsa pericolosità del virus. Quando hanno preso coscienza dei rischi e sono intervenuti rapidamente sono riusciti a salvare diverse migliaia di persone. Attualmente, si parla di risarcimenti per le piccole e medie imprese, ma già gli affitti, le tasse, le bollette di queste imprese sono sospese fino alla ripresa dei lavori che, a oggi, è ancora incerta».

Come vede l’emergenza in Italia e a Napoli in particolare?
«La situazione è tragica, perché le regioni che credevano di essere all’avanguardia sono quelle che hanno pagato il prezzo più alto. A Napoli, invece, l’emergenza non mi sembra così grave perché sembra che la regione sia stata, in un certo senso, risparmiata. Ci sono stati casi, ma nulla al confronto del Nord Italia o ad altre grandi città europee. Ma c’è da dire che Napoli è preparata alle epidemie anche “grazie” a quella del colera degli anni Settanta. Non mi sono preoccupato tanto per la mia città, so che sa reagire benissimo in simili situazioni».

In che modo riesce a tenersi in contatto con la città di Napoli?
«Sono quasi quatto anni che non torno. Le informazioni le recupero da amici che vivono lì e mi descrivono le loro giornate, evito di andare a cercarle sui giornali o in rete, al massimo leggo qualche notizia su Twitter. Da quanto leggo e mi raccontano, l’isolamento è rispettato più lì che qui in Francia».

Pensa che quest’emergenza possa cambiare le abitudini di chi vive all’estero in relazione alla possibilità di mantenere i rapporti con la sua città d’origine?
«Cambierà il modo di vivere, di viaggiare e di vedere gli altri paesi per massimo sei mesi. Poi si ritornerà alla vita che si faceva fino a febbraio… non cambierà nulla».

Dalle informazioni che ha, crede che l’Italia possa uscire dall’emergenza prima della Francia?
«Credo di sì, ma quello che temo è che la gente possa riprendere subito le vecchie abitudini, rischiando una seconda ondata di contagi che sarebbe letale sia sul piano economico sia su quello psicologico, perché ripartire con altri mesi di isolamento sarebbe troppo».