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Partiamo da una premessa dovuta, per onesta intellettuale: l’epidemia da Covid 19 ci ha colto impreparati perché il virus era un nemico nuovo, e tuttora non del tutto esplorato, e nessuno avrebbe mai potuto supporre che dopo essere “nato e cresciuto” in Cina potesse venirsi a scegliere proprio l’Italia come seconda patria per tramare la sua perfida espansione. Nessun altro Paese al mondo che fosse stato, al posto dell’Italia “beneficiario” di un così prezioso dono, avrebbe potuto reagire, inizialmente, meglio di quanto non abbia fatto l’Italia, presa alla sprovvista, e cioè in maniera goffa e scomposta.

Nei primi giorni, dalla scoperta del “paziente zero” di Codogno in avanti abbiamo assistito ad uno spettacolo penoso, con le regioni che legiferavano ognuna per conto suo e con un governo-spettatore, intimorito persino dai presidenti delle società calcistiche (Lotito e De Laurentiis e il cinese Zhang su tutti) che non volevano sentir ragioni e pretendevano di continuare a giocare come se niente fosse. Tanto è vero che fu consentito il 27 febbraio, con la Lombardia già nel pieno della bufera, lo svolgimento a San Siro di Atalanta-Siviglia con quarantacinquemila spettatori uno addosso all’altro e poi addirittura il 29 successivo di Lecce-Atalanta, sempre con le stesse modalità, cioè a porte aperte e con il virus, già radicatosi a Bergamo, che attraverso i tifosi atalantini contagiati ma asintomatici trovò terreno fertile di espansione sia in Puglia, sia, e molto più terribilmente in Spagna.

Insomma un approccio, seppur comprensibile, assolutamente inidoneo a fronteggiare quella che nel giro di pochi giorni si sarebbe trasformata in un’epidemia catastrofica.

Successivamente, seguendo soprattutto le indicazioni degli eccellenti scienziati che tutti abbiamo piacevolmente scoperto in questa drammatica circostanza, il governo ha cambiato rotta e, seppur ricorrendo ad una serie scomposta di decreti e di annunci televisivi del premier Conte, è riuscito ad imporre un progetto ragionato, tutto sommato proficuo, contro l’espandersi del contagio.

Ha chiuso tutto quello che poteva chiudere, ha resistito alle pressioni pesanti e comprensibili di Confindustria, ha messo sul piatto una serie di miliardi, investiti subito, per attrezzare ospedali ed acquisire materiali (mascherine, ventilatori, ecc.), e seppur con un andamento altalenante, è riuscito nell’impresa di appiattire la curva del contagio e di ridurre il numero dei morti e dei ricoverati in terapia intensiva.

Ora continueremo a rimanere agli “arresti domiciliari” fino al 3 maggio, poi si vedrà. Per la ripresa economica lo stesso governo ha stanziato, per ora solo virtualmente, la cifra-monstre di 450 miliardi, che andrà inevitabilmente a gonfiare il già spropositato debito pubblico. Ma non aveva scelta. Questi sono i fatti.

Dove però si profila l’incertezza è su quello che accadrà dopo il 3 maggio. Il mondo imprenditoriale e gli esponenti in genere di tutto l’apparato produttivo sollecitano un progetto che, seppur non indicando date certe, dia comunque a grandi linee indicazioni sulle modalità in cui dovrà avvenire la ripresa. Chiedono programmazione per esser pronti quando sarà dato loro il via libera.

Ma il governo pressato dai virologi e dagli epidemiologi, nicchia. E lo fa perché Conte e compagni non hanno ancora capito, a differenza di Zaia e di Toti, che tutte le risorse economiche, d’ora in avanti, se vogliamo veramente uscire dall’impasse e ridare gradualmente vita alla ripresa, dovranno essere indirizzate al reperimento dei reagenti per i tamponi e allo svolgimento dei test virologici. E dovranno rassegnarsi, soprattutto i soliti grillini (che vedrete, grideranno allo scandalo), al coinvolgimento delle strutture private, ad allestire nel minor tempo possibile una app per il tracciamento dei contagiati, a reperire posti, (in alberghi?), dove rintanare gli asintomatici positivi in quarantena e avviare un’indagine campionaria seria che ci consenta di circoscrivere ulteriori focolai che nel frattempo dovessero insorgere.

Tutto questo ce lo hanno spiegato benissimo i vari Galli, Burioni, Zangrillo, Rezza e company: i numeri dei contagiati sono sballati e fino a quando non individueremo la maggior parte possibile degli asintomatici, relegandoli appunto in quarantena, il virus continuerà a circolare tranquillamente e a provocare morti, seppur in misura ridotta rispetto al picco che sembrerebbe superato.

Il che tradotto cinicamente in pratica significa che le industrie, il commercio, il turismo, le università, gli stadi (checché ne pensino Lotito e De Laurentiis che credono ancora che il campionato possa riprendere) non li potremo riaprire non solo il 3 maggio, ma di questo passo nemmeno il 3 giugno.

Ecco perché occorre che Conte si dia una smossa. Gli scienziati glielo hanno fatto capire. Se si muove subito in questa direzione in una ventina di giorni, con i dovuti approvvigionamenti, può scattare anche questo secondo indispensabile piano. Altrimenti resteremo ancora, per chissà quanto, chiusi nelle asfissianti quarantene delle nostre abitazioni, nella speranza, quasi chimerica, che i 40 gradi (mai come questa volta auspicabili) di luglio e agosto possano dare, essi, una mazzata, se non definitiva, quanto meno poderosa a questo miserabile Covid che ha sconvolto le nostre esistenze. Conte, svegliati.