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Martedì sera nella trasmissione di Giovanni Floris era ospite, via Skype (come peraltro le capita di esserlo quasi quotidianamente sulle nostre televisioni), la scienziata italiana Ilaria Capua, direttrice di un prestigioso centro di ricerca virologica ad Orlando in Florida. Interpellata dal conduttore sui pericoli attuali e sugli sviluppi prevedibili dell’epidemia, la Capua ha tenuto banco con una magistrale lezione, sia scientifica che “politica”, dando prova (ma non ve ne era bisogno) oltre che di una straordinaria competenza, di una formidabile capacità di analisi sociale.

Chi l’avesse ascoltata per la prima volta, pensando al tema ricorrente della “fuga dei cervelli”, si sarebbe immediatamente posto un interrogativo: ma com’è possibile che una scienziata di questa levatura l’abbiamo lasciata andare in Florida? Se si fosse posto il quesito avrebbe avuto un’immediata risposta da Alessandro Sallusti, il direttore de “Il Giornale”, che interpellato da Floris, subito dopo l’intervento della Capua, più o meno se ne è uscito così: “Noi discutiamo di rilancio dell’economia, di ripresa. Ma come potremo mai rialzarci se siamo un Paese che ha costretto una come Ilaria Capua che tutti ora stiamo incensando, a scapparsene in America. E sapete perché è scappata? Perché qualche magistrato italiano l’ha accusata dei più orrendi misfatti, di associazione per delinquere e di altri reati infamanti”. Floris, preso alla sprovvista e in grande imbarazzo, l’ha stoppato ed ha tagliato corto. “Sì, ma è stata prosciolta da tutto!”. Fine della querelle.

Sallusti non ha replicato, e sarebbe stato facilissimo: prosciolta sì, ma dopo dieci anni di indagini che l’hanno ferita a vita e costretta non solo a cercare lavoro (da prestigiosa ricercatrice) all’estero, ma anche a dimettersi dalla Camera, dove era stata eletta con Scelta Civica.

Il caso sollevato da Sallusti e messo a tacere da Floris merita però qualche riflessione ulteriore, che non può non passare attraverso una, seppur sintetica, rivisitazione della vicenda.

Ilaria Capua, ricercatrice già notissima a livello internazionale, era stata indagata per oltre dieci anni nell’ambito di indagini della magistratura e dei carabinieri del NAS. Era accusata di fare parte, con il marito, di una associazione a delinquere che – con la collaborazione di alcune società farmaceutiche e di funzionari del ministero della Sanità – avrebbe avuto l’obiettivo di guadagnare grazie alla vendita di vaccini contro l’influenza aviaria.

Per una come lei un’accusa di cui vergognarsi a vita. Una gogna. I magistrati sostenevano che il gruppo avesse diffuso il virus in alcuni allevamenti del nord-est per causare un’epidemia e quindi vendere più vaccini. Insomma un gruppo di scellerati, guidati da un tecnico di provata capacità ed esperienza, che andava in giro per il mondo a riscuotere riconoscimenti e che poi in patria seminava virus tra gli animali per specularci con le case farmaceutiche. Roba da non credersi!

L’iniziativa giudiziaria era nata da un informatore italiano di un’altra inchiesta su virus e vaccini negli Stati Uniti. Dopo quasi dieci anni di indagini, con un mare di intercettazioni, nel 2015 la Procura di Roma aveva chiesto il rinvio a giudizio per 41 persone, tra ricercatori, funzionari del ministero della Salute e manager delle case farmaceutiche. L’anno precedente era uscita un’inchiesta sull’Espresso che rivelava questa indagine fino ad allora ignota al pubblico e che aveva scatenato grandi polemiche e attacchi nei confronti della Capua, che intanto era stata eletta parlamentare con Scelta Civica. Ma soprattutto il mondo scientifico internazionale aveva reagito con stupore ed amarezza, incredulo di fronte all’abominio di accuse così vergognose e compatto si era schierato a favore della scienziata, dimostrandole affetto e solidarietà.

Ovviamente in prima fila negli attacchi alla ricercatrice i soliti 5 Stelle, che non si fecero mancare proprio nulla, sia in aula che sui social.

I grillini – quelli ufficiali – presero la palla al balzo e pubblicarono post su post con il titolo: Ilaria Capua si dimetta! (con tanto di punto esclamativo). “I deputati della commissione Cultura del M5S chiedono la sospensione da Vicepresidente della VII Commissione di Ilaria Capua di Scelta Civica iscritta nel registro degli indagati “per associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, all’abuso di ufficio e per il traffico illecito di virus“. E ancora in un post dal titolo “La grande truffa del traffico di virus per vendere i vaccini” emergeva chiaramente l’atteggiamento No Vax che era stato un loro cavallo di battaglia. Forcaioli e giustizialisti, secondo copione.


Ma se in Parlamento i 5 Stelle avevano comunque utilizzato una campionario diciamo soft, sui social si erano letteralmente scatenati. Nella pagina Facebook chiamata «noivotiamoM5S» gli utenti si erano lasciati andare agli insulti di sempre, ovviamente con il solito sessismo quando si tratta di donne. «Poi la fanno ministro della sanità, troia». «Grandissima zoccola!» «Se la notizia fosse vera, meriterebbe di iniettarglielo a forza il virus…» «Hija de puta». «Iniettatela a lei!!!!» «Alla gogna!!!!».

Ma i forcaioli avevano fatto i conti senza l’oste. Il caso specifico di Ilaria Capua era di competenza della Procura di Verona, dove un tribunale si espresse prosciogliendo la ricercatrice e gli altri indagati perché “il fatto non sussiste”. Accuse infondate. E i grillini? Zitti, come se niente fosse.

Ilaria Capua, completamente prosciolta e, provata per la macchina del fango, decise di dimettersi dal Parlamento. E si accomiatò dalla Camera con un discorso forte e doloroso: “Devo recuperare la sofferenza e la lucidità e la fiducia in me stessa e per usare al meglio il tempo a mia disposizione”, spiegò annunciando di aver accettato la direzione di un centro di eccellenza di ricerca in Florida. “Dò voce – aggiunse – agli innocenti accusati ingiustamente che attendono impotenti che la giustizia faccia il loro corso. Quello che è successo a me può succedere a chiunque”.

Naturalmente nessuno dei 5 Stelle, salvo Silvia Chimenti, dopo il proscioglimento ha mai pensato si chiederle scusa.
Questa ricostruzione attiene all’ambito giudiziario e politico. Ma conferma, quand’anche ce ne fosse bisogno, che l’Italia, quando tutto sarà passato e si ritornerà alla vita normale, anche parlamentare, oltre che prioritariamente imbarcarsi nella titanica impresa di risollevarsi economicamente da una tragedia persino più tremenda di quella della seconda guerra mondiale e che protrarrà i suoi effetti per anni, se non per decenni, non dovrà però dimenticarsi di tutte le altre emergenze che non ha avuto il tempo di affrontare. Una di queste, anzi la seconda dopo quella economica, è la questione giustizia. Non si può lasciare ad alcuni, pochissimi magistrati, il potere di vita e di morte (perché indagare Ilaria Capua per dieci anni per reati infamanti e poi proscioglierla è come ucciderla), rendendoli nei fatti legibus soluti. E’ un sistema perverso che non sta in piedi e che non esiste in nessun altra parte del mondo. Dubitiamo, però, che il governo in carica, con Bonafede vessillifero della giustizia e l’incolore Zingaretti nelle vesti dell’utile servitore possa mai ritenere che questa sia un’emergenza.

Proprio in queste ore lo Stato è stato condannato a pagare 670mila euro di risarcimento al superpoliziotto Bruno Contrada, uno che ha trascorso la sua carriera ad arrestare mafiosi e che in questa Italia dalla giustizia sgangherata è stato condannato per mafia (sic!) a dieci anni, di cui otto trascorsi in carcere. Una sentenza assolutamente infondata, secondo la Corte internazionale di Strasburgo.

E quanti alti casi simili potremmo citare? All’infinito, considerando però che nulla sappiamo dei tanti signori Esposito, dei quivis de populo processati ingiustamente e poi assolti dopo anni. Con l’aggravante che con l’approvazione delle legge liberticida imposta dai 5 Stelle con il fine processo mai, questi casi diventeranno ancora più numerosi. Un vulnus irreparabile per il nostro Stato di diritto, sperando che la Suprema Corte metta riparo a questa barbarie. Non se ne può più.

È il momento di separare le carriere, gli inquirenti facciano gli inquirenti e i giudicanti facciano i giudicanti. Va riformato il Csm, che non può essere condizionato dalle correnti politicizzate in cui è divisa e dilaniata la magistratura. Ed è soprattutto il momento di chiedere ad alta voce che i magistrati che sbagliano debbano pagare, non possono continuare a giocare impunemente con la vita delle persone. L’arresto preventivo deve essere circoscritto solo per alcuni reati e in presenza di prove schiaccianti.

Qui non si vuol mettere tutta la magistratura sotto accusa. Tutt’altro. Su un organico di oltre novemila magistrati, la stragrande maggioranza di loro svolge un lavoro encomiabile e silenzioso che fa onore alla categoria. Ma c’è un gruppuscolo di politicizzati, facilmente individuabile, perché, guarda caso, sono sempre gli stessi alla ribalta delle cronache, che va fermato. Hanno trasformato il nostro Paese da patria del diritto in patria del rovescio e dell’arbitrio. E quando sono stati scoperti con le loro camarille, con le loro pastette tese a favorire chi facendo carriera garantisse il sistema, il Csm è rimasto a guardare, si è limitato ad agire sul magistrato che più degli altri si era esposto, senza affondare i colpi per sradicare la cancrena. Una pratica immorale che andava avanti da anni. Tutto insabbiato.