L’impero e la “peste antonina”

da | Mar 21, 2020 | Storia

Tra le grandi epidemie che hanno seminato distruzione e morte nell’antichità abbiamo già parlato della peste di Atene. Ma anche l’antica Roma fu sconvolta da una terribile pandemia, conosciuta con il nome di “peste antonina” o “peste di Galeno” dal nome di colui che ne parlò con dovizia di particolari.
Si trattò di un’epidemia ad estesissima e rapida diffusione di vaiolo o morbillo, o meno verosimilmente tifo, propagata entro i confini dell’impero romano dalle legioni che tornavano nei loro alloggiamenti dopo aver partecipato ad una serie di operazioni militari contro i Parti. La pandemia avrebbe, forse, pure provocato il decesso dell’imperatore Lucio Vero (Roma, 15 dicembre 130 d.C.-Altino, 169 d.C.), il cui nome Antoninus, derivato da quello del padre, offrì la denominazione alla malattia contagiosa.
La diffusione della malattia attraversò due fasi: la prima durò dal 165 al 180 d. C., la seconda si diffuse nuovamente nove anni più tardi, stando allo storico romano Dione Cassio (Nicea, 155 d.C.-235 d.C.), e produsse sino a 2.000 decessi giornalieri a Roma, un quarto dei contagiati. In totale si contarono 5 milioni di morti (ma c’è qualche storico che arriva a ipotizzare che i morti siano stati addirittura 30 milioni), una cifra spaventosa considerando il numero di abitanti dell’epoca.


La malattia uccise comunque più o meno un terzo degli abitanti in diverse regioni e falcidiò le truppe romane. I documenti di epoca remota sono d’accordo sulla circostanza che l’epidemia fece la propria comparsa dapprima nel corso del blocco militare dei Romaniorganizzato intorno alla località fortificata di Seleucia, nell’inverno del 165-166 d.C. Secondo lo storico Ammiano Marcellino (Antiochia di Siria, 330/332 d.C. Roma, 397 d.C.) la pandemia raggiunse anche la Gallia ed i contingenti militari acquartierati lungo il fiume Reno. Eutropio (Bordeaux, III secolo d.C.-successivamente al 387 d.C.) afferma che un gran numero di esseri umani cessarono di vivere in ogni parte dell’impero. Sappiamo anche che nel periodo che andò dal 21 dicembre al 21 marzo del 168-169 d.C., nella repentina e violenta manifestazione della peste, Galeno era con i soldati presenti ad Aquileia (l’attuale Aquileia in Friuli). Questi, nell’opera scientifico-letteraria Methodus Medendi ed in altri testi, racconta che l’epidemia perdurò per un tempo considerevole, manifestandosi mediante forte aumento della temperatura del corpo,
evacuazione frequente di feci liquide o semiliquide, flogosi della faringe e formazione di pustole sull’epidermide, che comparivano intorno alla nona giornata del morbo. Quanto narrato da Galeno, però, non permette di comprendere le caratteristiche della malattia contagiosa. Lo storico americano William Hardy McNeill (professore emerito dell’Università di Chicago), sostiene che la peste antonina e la seguente peste di Cipriano (251-pressappoco 270 d.C.) furono due morbi differenti, il primo di vaiolo ed il secondo di morbillo. Dionysios Ch. Stathakopoulos (King’s College, London) ipotizza che si possa parlare in tutti e due gli eventi tragici di vaiolo. Questa ultima supposizione pare la più ragionevole visto che tutti i virologi sono sicuri che la diffusione del morbillo sia avvenuta successivamente al 500 d.C. Turbati dalla grande sciagura, tanti romani fecero ricorso ad incantesimi per salvarsi. Interessante è quanto Luciano di Samosata (Samosata, 120 d.C. più o meno-Atene, fra il 180 ed il 192 d.C.) riferisce a tale riguardo. La malattia contagiosa provocò spiacevoli effetti sociali e politici in ogni provincia dell’impero romano. Il Niebuhr (Copenaghen, 27 agosto 1776-Bonn, 2 gennaio 1831) disse che “nel momento in cui il regno di Marco Aurelio ha un punto di svolta in molte cose, soprattutto letteratura ed arte, non ho dubbi che questa crisi fosse dovuta a questa peste… Il mondo antico non si riebbe mai dal colpo inflitto dalla piaga che lo colpì durante il regno di Marco Aurelio”. Il Gibbon (Putney, 8 maggio 1737-Londra, 16 gennaio 1794) ed il Rostovtzeff (Zytomyr, 10 novembre 1870- New Haven, 20 ottobre 1952) attribuiscono alla peste antonina una incidenza meno significativa inconfronto alla situazione economica e politica davvero difficile. Tuttavia diversi effetti della pandemia furono innegabili. Mentre l’esercito romano si dirigeva in oriente, capeggiato dall’imperatore Vero, in seguito all’offensiva delle forze armate di Vologase IV in Armenia, i reparti militari romani posti a difesa dei confini orientali vennero decimati a causa del contagio.


Stando a Paolo Orosio (Braga, 375 d.C. -420 d.C. più o meno) numerosi centri abitati, grandi e piccoli, italiani e dei territori conquistati su cui aveva giurisdizione un proconsole o un propretore romano, si spopolarono. Nel momento in cui l’epidemia raggiunse l’Europa centro-settentrione, arrivando anche al Reno, contagiò anche le popolazioni germaniche e galliche stanziate oltre le frontiere dello Stato romano. Per tantissimi anni queste genti avevano tentato di entrare nell’impero con il desiderio di trovare nuove regioni in cui stabilirsi, essendo aumentata la loro popolazione. Con i loro guerrieri falcidiati dal morbo, le legioni romane poterono alla fine ricacciarli indietro. Dal 167 d.C. sino alla sua scomparsa, l’imperatore Marco Aurelio guidò direttamente e con pieni poteri le truppe presenti vicino al Danubi, provando, con una vittoria non definitiva, a porre un freno all’offensiva dei Germani.

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