Gasperini: “Coronavirus come la peste. A Milano siamo organizzati, ma a Roma e Napoli?”

da | Mar 12, 2020 | Sport

Gianpiero Gasperini è un tecnico stimato, sta raccogliendo i migliori risultati della sua lunga carriera. Con la sua Atalanta ha fatto miracoli e se il coronavirus non lo avesse stoppato nel momento di maggior fulgore, avrebbe potuto persino ambire a qualcosa più del quarto posto che saldamente occupa ora in classifica. Ma la sua stagione trionfale può mettere in vetrina un risultato ancor più prestigioso, quello di essere arrivato addirittura ai quarti di finale della Coppa dei Campioni.

Insomma un maestro, un allenatore che va per la maggiore e in quanto tale fatto oggetto, come accade a tutti quelli che come lui ottengono risultati, all’attenzione dei mass media. Elogi, interviste, riflettori puntati costantemente su di lui e sulla sua squadra. Non gli era mai accaduto in tanti anni di calcio. Da giocatore i le luci della ribalta non si erano mai accese per lui. Un modesto pedatore che non ha lasciato traccia. Da allenatore ha avuto un breve momento di fulgore quando si accomodò solo per qualche mese sulla panchina dell’Inter. Ma il salto di livello per lui, in quel momento, si mostrò prematuro e fu silurato dopo tre quattro partite. Insomma quello che sta vivendo in questi giorni grazie all’exploit di gente come Gomez, Ilicic, Zapata (ahi De Laurentiis, ti sei fatto prendere la mano da Sarri e lo hai dato via imprudentemente) è tutto nuovo, mai visto. Normale che un brav’uomo così possa essere abbacinato dalla ventata improvvisa di super esposizione e di popolarità e si lasci andare a qualche dichiarazione diciamo, ricorrendo ad un eufemismo, fuori luogo.

Da Gasperini, così misurato, così cauto non te lo saresti mai immaginato e sulle prime pensi che quelle dichiarazioni, rese nelle scorse ore, siano una fake news. Invece no, è tutto vero. Ai limiti dell’incredibile, due dichiarazioni che costituiscono una caduta di tono assolutamente inspiegabile.

Addirittura offensiva la prima: “Coronavirus è come la peste. Da queste parti, in Lombardia, siamo sufficientemente organizzati, pur se in difficoltà. Mi chiedo cosa potrebbe accadere a Roma o a Napoli”. SI detto proprio così, lo ha dichiarato il tecnico dell’Atalanta. Che cosa può accadere, se il virus dovesse manifestarsi con la stessa virulenza anche a Roma e Napoli? Nulla di diverso da quanto sta accadendo in Lombardia, perché di fronte ad una pandemia non c’è virtuosità che tenga. Sarà lo Stato, anzi lo Stato lo sta già facendo, che dovrà preoccuparsi di creare posti letto e ventilatori, anche nel Veneto e in Lombardia, dove la sanità era apprezzata, con i mezzi ordinari non ce l’hanno fatta e sono in gravi difficoltà.

A questa prima infelice battuta il buon Gasperini ne ha fatta seguire un’altra, altrettanto singolare (continuiamo ad usare eufemismi) che a un certo punto ti cominciano a sorgere dubbi. Ma è consapevole di quello che dice? Sentiamolo: “Il calcio è antidepressivo, bisognava andare avanti con le porte chiuse. Io la penso così”. Ma dove vive? Porte chiuse con i giocatori che anche loro, essendo umani, diventano positivi?

E con i contatti ravvicinati che implica un incontro di calcio? In un sol colpo Gasperini l’ha sparata più grossa di Agnelli, di De Laurentiis e del giovane presidente cinese dell’Inter che non avendo capito nulla, si opponevano, allora, all’ipotesi di porte chiuse. Ed è persino andato oltre Lotito, che voleva addirittura far continuare il campionato. Il che è quanto dire. Povero Gianpiero, torni sulla terra.

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