Lotito l’ultimo giapponese

Campionato bloccato: il rischio è che non si giochi più. E il presidente della Lazio non ci sta

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Noi pensavano che oltre Agnelli, il giovane rampante presidente cinese dell’Inter e De Laurentiis non si potesse andare. Loro tre, quando era apparso a tutti chiaro che il calcio non potesse più celebrare il suo rito a porte aperte, si erano opposti, vibratamente e in qualche caso (da parte dell’interista) anche scostumatamente. Pretendevano di continuare ad ammassare decine di migliaia di tifosi sugli spalti pur di non perdere gli incassi, cosa che è esattamente avvenuta a Napoli per la sfida con il Barcellona e poi per la partita con il Torino, quando il virus anche in città stava già covando perfidamente. Insomma una cieca miopia, che è stata poi stroncata dal governo, con qualche colpevole ritardo. Quelle resistenze, sulla scorta di quanto poi è accaduto, appaiono oggi in una luce davvero irreale, a dimostrazione di una modesta capacità di analisi e di una scarsa capacità di aderenza alla realtà.


Poi comunque la situazione è precipitata e il governo, di fronte alla scarsa sensibilità mostrata comunque dalla Lega, di imperio ha bloccato il campionato. Il sistema calcio ha rimediato l’ennesima figuraccia, dimostrando l’assoluta incapacità di rendersi conto di una cosa che era sotto gli occhi di tutti, la gravità di un’epidemia che otre i contagi e alle morti sta purtroppo provocando uno tsumani economico al quale solo i presidenti delle società calcistiche pretendevano di voler sfuggire. Vogliamo chiamarlo egoismo? O menefreghismo? Cambia poco. Ma nonostante queste premesse, che già la dicono lunga, nessuno avrebbe potuto immaginare che non era stato ancora toccato il fondo. E invece, ieri, dopo la decisione del Coni, che comunque si era espresso per la sospensione del campionato, c’è stato un presidente, Lotito della Lazio che con la sua solita protervia (ricordate quando pretese di andare in panchina affiancando il Ct della Nazionale italiana?) si è opposto e che avrebbe voluto continuare a giocare, seppur a porte chiuse. Come se niente fosse. Ingiudicabile. Perché come si ad esprimere un giudizio su un personaggio del genere che con il paese interamente chiuso, di fronte ad un avvenimento eccezionale che mette a repentaglio la sopravvivenza di milioni di persone, non riesce a rassegnarsi all’idea che anche le partite di calcio debbano lasciare il passo alla ragionevolezza e al bene comune? Certo Lotito capisce bene che con il campionato bloccato si corre il rischio di non riprenderlo più e che la sua Lazio potrebbe perdere l’occasione storica di interrompere la lunga sequela di vittorie e Juventus. Nel lontano 1915 la Lazio subì già un danno del genere, era in testa alla classifica quando il campionato fu sospeso per l’entrata in guerra dell’Italia. I corsi e ricorsi di vichiana memoria non giustificano però l’irresponsabilità. Oggi è come se fosse scoppiata un’altra guerra, che non si combatte come allora a colpi di fucile e di cannoni, ma che può provocare conseguenze letali come cento anni fa. E quando c’è la guerra, per non essere colpiti, bisogna ripararsi nelle trincee, che sono ora le nostre case. Lotito volente o nolente.