Calcio egoista, che brutta figura

Ormai è un’emorragia di brutte figure. Il mondo del calcio è veramente un mondo a parte e fino a quando lo rimarrà si incancrenirà sempre di più il rapporto con la società civile. Già difficile di per se stesso, perché questo baraccone muove miliardi di euro e nessuno vuole mai piegarsi, in nessuna circostanza, alle situazioni e agli eventi che maturano al di fuori del suo perimetro.
Dopo tutte le figure peregrine rimediate sulla contrarietà ai rinvii e alle porte chiuse i massimi dirigenti delle nostre società calcistiche ne hanno fatta un’altra delle loro: di fronte alla richiesta del ministro dello Sport Spadafora di autorizzare la visione delle partite in chiaro, hanno alzato le barricate.
Certo, le società sono impegnate con i contratti che hanno stipulato per la cessione dei diritti televisivi e gli americani subentrati a Murdoch nella gestione ultra sparagnina di Sky sono oggettivamente peggiori di quanto non lo fosse il magnate delle comunicazione australiano.
Ma di fronte ad un’emergenza così lacerante per la società, nel momento in cui il paese è chiamato a comportamenti di responsabilità collettiva ed ognuno è tenuto a ridurre i contatti pubblici per evitare la diffusione del contagio, è evidente che la prospettiva di tenere un po’ di milioni di cittadini inchiodati davanti al televisore della propria abitazione avrebbe contribuito a creare una distrazione e a ridurre appunto l’infezione.


Chiaro a tutti, men che ai presidenti della società di serie A, che hanno appunto opposto un deciso rifiuto alla richiesta del ministro Spadafora.
Ma è mai possibile che non riescano a capire che se tutti soffrono e soffriranno ancor di più, anche loro non possono essere esentati dal sacrificio che questo maledetto virus sta imponendo a tutti gli italiani, imprenditori di ogni genere compresi?
No, non riescono a capirlo. E bisogna solo sperare che il Covid-19 non penetri mai in uno spogliatoio. Perché in quel preciso momento gli egoisti presidenti della serie A sarebbero messi con le spalle al muro e forse capirebbero quanto miope sia stata finora la loro chiusura. La difesa del vil danaro dovrebbe in quel caso cedere il passo alle ragioni di sanità pubblica e non potrebbero più opporre alcun diniego.
Una prospettiva, del resto, che è stata già fatta balenare, proprio ieri, dal presidente della Federazione Gravina, il quale dopo aver appreso della positività del segretario del Pd e presidente della Regione Lazio Zingaretti ha dichiarato: “È inevitabile pensare che l’epidemia possa colpire da vicino anche il mondo della Serie A. E in caso di giocatore positivo al Coronavirus non possiamo escludere la sospensione del campionato”.
Meno chiaro il suo vicepresidente, Cosimo Sibilia: “La Serie A ha degli impegni con le televisioni. Se c’è un motivo per il quale io molte volte sono orientato a mettere in evidenza le cose della Lega Nazionale Dilettanti per iscritto è proprio per evitare interpretazioni. In un momento difficile bisognerebbe tutti insieme dare un contributo. Il problema si risolve con un decreto governativo del Consiglio dei Ministri, altrimenti ci sono delle legittime difficoltà. La Lega, qualsiasi cosa faccia, può sbagliare. C’è bisogno per questo dell’ente politico e di una indicazione da parte sua”.


Sibilia è stato diplomatico, Gravina un po’ più chiaro, ma anche cauto. Perché in un malaugurato caso come quello ipotizzato altro che sospensione. Con una o più squadre messe fuori gioco bisognerebbe rassegnarsi alla cancellazione definitiva del torneo 2019-2020. Altro che porte chiuse e partite in chiaro.