Ristoranti e negozi cinesi chiusi già da un paio di giorni, e  fino al 15 marzo, a Napoli, ma non perché si siano imposti un’autoquarantena bensì per protesta. Causa psicosi Coronavirus,  infatti,  da varie settimane  l’afflusso dei clienti è crollato. Nessuno più va a gustare il sushi tanto alla moda; nessuno più entra a curiosare nei supermarket delle meraviglie… E dunque la decisione della protesta, che è una “prima”  forma di ribellione contro la cattiva informazione.

 I cartelloni affissi sulle serrande abbassate  parlano chiaro: “Questo esercizio rimarrà chiuso affinchè si possano trovare altre forme cautelative per la mala informazione che in questi tempi aggredisce i ristoranti giapponesi”.

Alla protesta hanno aderito almeno una trentina dei  titolari dei (circa cento) esercizi cinesi e “japanese restaurant “ napoletani – che pure sono gestiti dai cinesi e hanno un  menu in parte cinese . Finora gli imprenditori lavoravano ciascuno per proprio conto, ma l’inedita preoccupante situazione che si è determinata impone la necessità di contatti e dunque un avvicinamento. “Secondo me, li smuove  anche un sentimento patriottico”, dichiara Monica Amicone, consulente digitale del titolare di tre locali storici (Sapporo, Neko, Honshu) della nostra città , la quale ci aiuta a meglio comprendere la situazione.  “Credo che abbiano avuto disposizioni  proprio dalla Cina: Adesso basta, andate in protesta”, sostiene la Amicone.   E’ dalla Cina che presumibilmente arrivano i finanziamenti per alcuni degli imprenditori. Le difficoltà spingono a ricompattarsi, nella ricerca di una soluzione…   Ma non solo.  “Uno dei miei clienti “, aggiunge la donna, “mi ha detto: Vogliamo essere vicini alla nostra patria”.

 La crisi è forte e non meno brucia la caccia all’untore. Proprio in queste settimane era prevista l’apertura di un altro ristorante cinese in piazza Fuga, al Vomero, ma probabilmente l’inaugurazione sarà rimandata. Il Coronavirus sta facendo cambiare l’economia ed anche i costumi, le mode.