Procedono i lavori del Grande Progetto UNESCO in via Carbonara. Ci troviamo in una zona fuori dalle mura della città di Napoli, un luogo che nel lontano medioevo era chiamato ad carbonetum: destinato a raccogliere i rifiuti fuori dalle mura cittadine. Via Carbonara era una discarica di carbone, acque nere e rifiuti, dove si gettava l’immondizia per poi darle fuoco. Di certo non era un bel posto: l’aspetto risultava abbandonato, c’era un’aria irrespirabile e le mura erano annerite. Tali caratteristiche hanno delineato la sua sorte, la via, infatti, fu scelta  per dar vita a una serie di attività illecite ed illegali.  Nel 1343 un illustre personaggio divenne testimone di tale scempio: Francesco Petrarca. Il celebre poeta, in missione diplomatica, non si aspettava di essere accompagnato proprio in quel luogo dalla Regina Giovanna I (ed insieme ad un gruppo di nobili). Petrarca si trovò nel bel mezzo di uno spettacolo di morte: vide uccidere un giovane a colpi di pugnalate, seguite dagli applausi di un fitto pubblico. Il Petrarca fuggì da quel posto sconvolto e ne scrisse nell’Epistole Familiari. L’intera area a quei tempi godeva di una sorta di immunità, ospitava anche diversi tornei, spettacoli e giostre. Tale scempio fu impedito dal clero tra il 1343 e il 1418, grazie alla realizzazione della chiesa di San Giovanni a Carbonara. Una chiesa che sorge a metà tra via Foria e a pochi metri da Porta Capuana. La chiesa è tra gli esempi di miglior architettura gotica a Napoli: ha una facciata semplice e solenne, mentre al suo interno vanta un vasto numero di opere d’arte risalenti all’epoca rinascimentale. Nel 1707 Ferdinando San Felice ampliò la chiesa con un’incantevole scalinata a doppia rampa.