Ancelotti, ma è davvero bavaglio?

da | Mag 14, 2019 | Sport

Stranamente domenica sera, nella conferenza stampa di fine partita e in tutte le altre successive interviste, Carlo Ancelotti si è fatto sostituire dal figlio Davide. Esclusi malori o altri contrattempi, molti hanno cercato una spiegazione a questo sorprendente passaggio di testimone. Ed hanno inevitabilmente ricordato che il tecnico si era sottratto ai microfoni già in fase di presentazione del match, senza fornire alcuna giustificazione. Comunicati ufficiali non ce ne sono stati, solo indiscrezioni. Sembrerebbe, ed usiamo il condizionale, che Ancelotti sia stato pregato dalla società di non comparire per evitare l’imbarazzo di dover rispondere a qualche inevitabile domanda sul calcio mercato. Un consiglio, insomma, come lo si può dare ad un innocente bambino, per non correre pericoli. E così di qui fino al Dimaro (cioè al 10 luglio) non sentiremo più il verbo del buon Carletto. Se così fosse, ma siamo portati a non crederci data l’enormità di una eventuale decisione in tal senso, si tratterebbe dell’ennesimo passo falso della comunicazione made in Calcio Napoli. E sinceramente crediamo che sarebbe anche un affronto al carisma e alla personalità di Ancelotti, che giunto a Napoli onusto di glorie calcistiche, potrebbe mai sopportare un bavaglio del genere? Massimiliano Allegri e Luciano Spalletti, che non hanno il pedigree di Carletto, si stanno sottoponendo con cristiana rassegnazione a queste “torture”, che fanno parte del gioco milionario di cui sono anche protagonisti nel bene (prevalente) e nel male. Quanto ai risvolti con Rai (con il dubbio legato al servizio pubblico) , Mediaset e Sky, questi sì che sono di natura privatistica e quindi dovrebbero essere loro, controparti, a dolersene. Detto tutto ciò, ammesso che ci fosse stato realmente l’intervento-bavaglio (ma continuiamo a non crederci) non ce ne stupiremmo comunque, considerato l’approccio che la gestione De Laurentiis ha sempre avuto con i media e la comunicazione in genere. Se fosse per don Aurelio, il mondo dell’informazione potrebbe anche non esistere, tranne che in occasione della presentazione dell’anteprima dei cinepanettoni. Ha un certo fastidio innato e la riprova è fornita da una lunga serie di inciampi nei quali è incorso il presidente in questo percorso minato. Il fastidio, ad esempio, può essere desunto dal “vero o falso” con il quale l’anno scorso si inventò la reprimenda contro le notizie di mercato che a suo dire non rispondevano appunto al vero. Fu fatto passare quasi come uno scherzo innocente, ma il malumore traspariva chiarissimo dal tono delle risposte. Ora, che la maggior parte delle indiscrezioni sia assolutamente priva di fondamento è vero, ma che a nessun presidente sia venuto mai in mente di inventarsi il giochino del “vero o falso” è altrettanto vero. Insofferenza e basta. Così come potrebbe denotare analogo sentimento la ventilata prospettiva che la Comunicazione della società passi, nei prossimi giorni, a dare le pagelle ai giornalisti e agli opinionisti che si sono interessati alle vicende del Napoli. Padroni di farlo, ovviamente. Ma sullo sfondo resta nettissima la sensazione di una ribadita forma di intolleranza, che si trasforma nell’arrogarsi il diritto di giudicare chi giudica. E vogliamo ricordare, tanto perché la memoria resti sempre vivida, le liste di proscrizione di qualche anno fa, quando il giornalista professionista responsabile della Comunicazione Nicola Lombardo fece trapelare l’intenzione che il Napoli avrebbe, di volta in volta, ammesso alle conferenze stampa solo i giornalisti di suo gradimento? Scesero pesantemente in campo l’Ordine dei giornalisti della Campania e l’Ussi e poi fu attenzionato anche l’Ordine Nazionale dei giornalisti. E vogliamo ricordare i divieti ad personam per gli accrediti a Castelvolturno? Il Napoli Calcio, per quanto S.p.a. privata, è inserito in un contesto pubblico che fa capo alla Federazione Italiana Gioco Calcio e quindi al Coni (Comitato olimpico nazionale italiano) e, in quanto tale, non può ritenere di poter sfuggire alle regole che disciplinano le manifestazioni sportive, obbligatoriamente aperte al mondo dell’informazione. Se non altro per il sacro rispetto che tutti noi dobbiamo, De Laurentiis e Lombardo compresi, all’articolo 21 della Costituzione. Elementare. Insomma, un atteggiamento di insofferenza che fa il paio con un approccio difficile che il presidente ha sempre avuto con il mondo del calcio. Basti pensare che è l’unico che pretende la cessione dei diritti di immagine. Una visione evidentemente mutuata dal mondo del cinema, ma che mal si inserisce in un sistema nel quale i calciatori hanno raggiunto faticosamente posizioni sociali di garanzia grazie a tutta una serie di rivendicazioni culminate con la sentenza Bosman, che scardinò di netto quell’intollerabile groviglio di norme medievali che li aveva relegati a calciatori-oggetto e al ruolo di schiavi-d’oro. Certo, firmano liberamente un contratto frutto dell’autonomia negoziale che anche il nostro moderno codice civile riconosce alle parti. Ci mancherebbe. Non c’è quindi anomalia giuridica. C’è solo il sospetto che i calciatori, cedendo al Napoli i diritti, personalissimi, di immagine, abbiano sacrificato un po’ della loro libertà. E questa considerazione non gioca sicuramente a favore dell’immagine di chi richiede la ceditura dei diritti di immagine

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EDITORIALE

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