In piazza Vanvitelli da oltre un secolo è possibile ammirare la profumata e colorata attività di vendita di piante e fiori del “Chioschetto”. Quella del chiosco è un’azienda storica e ultracentenaria, simbolo collettivo del quartiere Vomero che va oltre l’impresa commerciale e diventa un punto storico di memoria e di aggregazione. Ormai il Chioschetto è arrivato alla quinta generazione che si occupa di portare avanti la tradizione familiare e, con questa intervista, abbiamo avuto modo di conoscere la sua storia attraverso il racconto di Davide Estate, figlio di Rita Donzelli e Giovanni Estate.

La sua attività commerciale è tra le più antiche del Vomero, risale al 1907. Cosa ci racconta in merito alla sua storia?

“La storia del ‘Chioschetto’ è legata al periodo storico del ‘900, quando a Napoli venivano installati i primi chioschi in stile liberty. Il punto vendita originario era una piccola capanna in legno che apparteneva a un nostro antenato che faceva il giardiniere per la villa dell’ammiraglio Diaz. Fu proprio l’ammiraglio che invogliò l’installazione del chioschetto in questo preciso punto del Vomero. Quando ci siamo ritrovati a fare le pratiche per il riconoscimento dell’azienda storica ultracentenaria, presso il Comune di Napoli, abbiamo ritrovato anche delle lettere scritte sia da personaggi della nobiltà partenopea che politica, tra gli autori delle lettere c’era anche il direttore del Mattino. Stiamo parlando di un’epoca molto remota, ci aggiriamo intorno agli anni ’20. Ogni qual volta che, per motivi logistici, il Comune voleva spostare il chiosco da dove era ubicato, si trovava sempre qualche lettera di raccomandazione che invitava a non eseguire cambiamenti, puntualizzando che fu proprio l’ammiraglio Diaz a volerlo in quel determinato suolo del quartiere collinare. Ho delle foto che ricordano il periodo in cui il calcio Napoli giocava presso lo stadio Collana, che all’epoca si chiamava stadio Vittorio. Solitamente durante le prime di campionato si radunava un comitato cittadino qui al chiosco che si prestava ad addobbare di fiori l’asino, simbolo del Napoli, che faceva il suo ingresso al centro del campo di calcio prima dell’inizio della partita”.

La sua è la quinta generazione che si occupa di continuare la tradizione lavorativa familiare. Com’è cambiato il suo lavoro in tutti questi anni? 

“Il lavoro si è trasformato in base alle esigenze di mercato. Oggi per quanto riguarda ad esempio il settore dei matrimoni c’è stata un’evoluzione: le spose sono molto più esigenti. Molti spunti vengono dal mondo anglosassone, da internet o dalla Francia: hanno apportato stili nuovi e arricchito nuove concezioni. Fortunatamente la vendita nel nostro settore ha risentito poco della crisi perché il prezzo medio è abbastanza abbordabile e legato a una sfera affettiva: la festa della mamma, della donna, San Valentino, che riesce a mantenere il mercato. Non viviamo una grossa crisi. Il nostro è un bene che non va mai fuori moda”.

Secondo lei come si è trasformata Napoli ed in particolare il Vomero? 

“Il Vomero ha subito una forte trasformazione che ad oggi è un po’ sotto gli occhi di tutti: da centro commerciale puramente legato al settore dell’abbigliamento a quello alimentare del food. C’è una grande offerta a livello di ristorazione, ma ci sono ancora grossi gruppi che trattano di abbigliamento insieme a qualche storico negozio che ancora resiste. Oggi il Vomero è sicuramente un luogo ancor più residenziale, ma il ‘vomerese’ doc è un po’ difficile trovarlo. Se si immagina di tornare indietro nel tempo, alla storia del quartiere, il Vomero era considerato quasi un villaggio. Oggi questa piccola comunità è diventata una piccola metropoli all’interno di un’altra metropoli: Napoli”.

Il Chioschetto è il simbolo collettivo del Vomero: rappresenta un senso di appartenenza e di vicinanza per tutti i residenti del quartiere. Mi può raccontare qualche aneddoto, o ricordo, legato all’affetto ricevuto dai cittadini napoletani per la sua attività? 

“Ho un ricordo molto bello legato a un signore anziano di 87 anni che era solito fermarsi a guardare il chiosco da lontano. Ero titubante ad avvicinarmi, ma alla fine decisi di farlo e gli chiesi come mai stesse fissando il chiosco. Il signore mi rispose che ogni volta si fermava per ammirare il chiosco perché nel farlo gli tornava in mente l’immagine del giorno in cui accompagnò al chioschetto la madre e la sua futura moglie per comporre il bouquet di fiori da offrire alla futura sposa per il loro matrimonio. Un altro ricordo riguarda una signora che mi raccontò che tutte le domeniche, dopo la messa, lei e il padre venivano qui a comprare i fiori che poi portavano alla madre. Loro abitavano a San Martino. Un giorno il padre, non potendo uscire, la incaricò di comprare i fiori, ma la signora utilizzò questo escamotage per incontrare il suo fidanzatino. Quel giorno tardò a prendere i fiori al chioschetto e li fece fare da un altro fioraio, ma il padre se ne accorse e scoprì anche che stava frequentando un ragazzino. Sono storie raccontate da persone di 70 anni, di un’epoca diversa, e che inevitabilmente mi colpiscono”.

 

Lei è stato il primo a lanciare l’iniziativa dell’adozione degli spazi verdi cittadini. Le aiuole di Piazza Vanvitelli sono curate da lei? 

“Ho ricevuto un grande riconoscimento per il nostro impegno nell’adozione delle aree pubbliche. Abbiamo subito fatto nostra questa iniziativa coinvolgendo anche gli altri imprenditori del quartiere. Il cittadino vede anche questo. L’aiuola centrale è curata dalla mia famiglia insieme a quella che si trova proprio vicino il nostro chiosco e la metropolitana”.