La fame nervosa, anzi no: emotiva

da | Mag 6, 2019 | Psicologia

Hai aperto l’anta della credenza e stai sbirciando dentro. Ti senti nervoso: arrabbiato, forse triste. Non sei realmente affamato: hai consumato da poco un normale pasto e il tuo stomaco non brontola. Eppure addenti, uno dopo l’altro, quei biscotti fino a finirli tutti. In psicologia, nei casi in cui questa scena si ripeta più volte nell’arco di pochi mesi, è possibile parlare di “fame emotiva”, ossia una voglia di mangiare che non si origina da un bisogno fisiologico- che una volta soddisfatto lascia il posto a un senso di sazietà ma è legata ad uno stato emotivo.
Il cibo ci consente di sopravvivere e restare in buona salute, ma per l’uomo non si riduce a questo. Il cibo accompagna la nostra vita dal momento stessoin cui nasciamo, è linguaggio e gratificazione, è identità culturale. Pensiamo ai cibi che ci accompagnano nel corso della nostra vita e ai quali diamo significati emotivi: il dolce preferito di quando eravamo bambini, la pietanza preparata da una figura importante, la merenda che condividevamo prima con un cugino o, crescendo, con l’amico o con il collega. Ma mentre gli affetti e le situazioni, nel corso del tempo, cambiano, si evolvono, mutano, il cibo rimane sempre uguale. Attraverso questo legame mnemonico ed affettivo creato nel nostro passato, il cibo diviene una sorta di scorciatoia per rievocare le sensazioni piacevoli che erano legate ad esso. Nel caso di “fame emotiva” l’alimentazione e i suoi scopi si modificano: non si mangia più in quanto si ha fame di cibo, ma piuttosto perché si ha fame di altro e si crea una sorta di soglia oltre la quale la tensione quotidiana deve fuoriuscire e prendere forma attraverso un gesto, attivo sia sul piano concreto sia sul piano simbolico;il “portare dentro” il cibo, il “provare gusto” e anche “l’azzannare”, divengono azioni che fanno vivere l’emozione evitata, non riconosciuta e a volte anche frustrata. Sfogarsi sul cibo-appaga solo illusoriamente quelle emozioni o tensioni percepite come indecifrabili.
Le cause scatenanti della fame emotiva possono essere molteplici e variano da persona a persona, ad esempio:
– per controllare la rabbia e reprimere, con il cibo, qualcosa che si avverte come ingestibile e quindi si teme possa uscire fuori con prepotenza;
Рper consolarsi da una delusione verso una situazione o perch̩ non si accetta di poter commettere errori;
– per affermare se stessi o la propria indipendenza e non pensare alla frustrazione, che una particolare situazione che si sta vivendo attiva in se stessi;
– per reprimere l’ansia e rimandare qualcosa che si desidera ma al tempo stesso si ha paura di fare;
– per paura della solitudine o dei rifiuti,tendendo a focalizzarsi sulle assenze e sulle paure dimenticando le presenze e i traguardi raggiunti.
E dopo l’immediata gratificazione (di questa fame di origine emotiva) cosa accade? Il cibo da iniziale fonte illusoria di gratificazione diventa, tendenzialmente fonte di colpa, di inadeguatezza e si caratterizza di quelle emozioni che si tenta di evitare e reprimere, creando un circolo vizioso di: ricompensa – insoddisfazione – emozioni negative-ricerca di nuova ricompensa. Nei casi in cui questi meccanismi divengono abitudini, il lavoro terapeutico psicologico si inserisce come coadiuvante al lavoro medico dietologico e ne garantisce l’efficacia nel tempo. Affrontare i problemi e le cause che scatenano la fame nervosa significa riuscire a trovare una soddisfazione fisica e psichica. Dunque il lavoro psicologico diviene prezioso per:
• imparare a distinguere rispettivamentetra il bisogno di cibo, la fame fisiologica ( meccanismo istintivo che assicura di ottenere il “carburante” per far funzionare bene il nostro corpo) e il desiderio di cibo (una reazione emotiva e psicologica, quindi fame di altro)
• per riconoscere e comprendere le proprie emozioni senza ricorrere al cibo ma trovando valide alternative che non siano una scorciatoia illusoria per “riempire”, ma modalità per arricchire la nostra vita di significato e gratificazioni;
• per lasciare andare sensi di colpa e risvegliare autostima e benessere.
Certamente mangiare di più in un periodo delle nostra vita o abbuffarsi a una festa non ha una valenza negativa. Ma se il comportamento si ripete più volte, prova a riconoscere se hai fame di qualcosa che il cibo non può dare. Impara, in questi casi, ad alimentare la tua vera fame e inizia a domandarti: Di cosa ho realmente fame?Di cosa ho bisogno? Di cibo o di altro?
Questa è la domanda a cui occorre trovare onestamente una risposta! Occorre dare un nome alla situazione, ma che sia il vero nome, non una scorciatoia illusoria.

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EDITORIALE

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