La  Certosa di San Martino è tra i più grandi complessi monumentali religiosi di Napoli. Sorge sulla collina del Vomero, vicino al Castel Sant’Elmo, e regala una splendida vista su tutta la città e il suo magnifico golfo. Contiene la chiesa dedicata a San Martino che risulta essere un vero contenitore museale per gli artisti che vi hanno lavorato e dell’intero complesso non passa sicuramente inosservato il Chiostro: grande capolavoro architettonico. La Certosa di San Martino è un esempio delle più belle costruzioni in arte barocca esistenti a Napoli e rappresenta il luogo dove meglio si possono ammirare le grandi opere realizzate da Giuseppe Ribera. Il noto pittore dedicò molto del suo tempo al monumento. Si racconta che fosse un uomo con un animo crudele e collerico, e che nutrisse anche forti sentimenti di invidia nei confronti degli altri suoi colleghi artisti. Un’opera in particolare testimonianza della sua perfidia. Si tratta della “Pietà”, dipinta dal pittore Massimo Stanzione e che si eleva sull’antica porta d’ingresso della chiesa di San Martino. Ribera temeva che il dipinto potesse ombrare il suo talento, così, invidioso della bellezza racchiusa nell’opera del suo collega, decise di rovinala. il perfido artista criticò l’opera di Massimo Stanzione, facendo notare ai monaci certosini che il colorito del dipinto era troppo carico e suggerì pertanto di migliorarlo con l’aiuto di un’acqua speciale che si sarebbe preoccupato di preparare lui stesso in persona. Gli ingenui monaci, desiderosi di migliorare la qualità del dipinto di Stanzione, si fidarono ciecamente dell’artista, e ingannati dalla loro buona fede, utilizzarono senza timore il suo composto convinti di migliorare l’opera e correggere i “difetti” messi in evidenza dal pittore. A causa del composto invece la “Pietà” fu rovinata. L’acqua fornita dal Ribera non era infatti semplice acqua, ma conteneva un potente corrosivo, aggiunto di proposito dal pittore per distruggere la bellezza del dipinto del collega. Massimo Stanzione, dopo lo sfregio, fu chiamato per restaurarlo, ma alla vista della sua opera così rovinata si rifiutò di intervenire per  ripristinare lo stato originario e decise invece che il suo dipinto dovesse rimanere in quello stato proprio come prova e testimonianza della cattiveria e dell’invidia di Giuseppe Ribera.