Fabian Ruiz fenomeno a tutto campo

da | Gen 21, 2019 | Calcio Napoli | 0 commenti

Milik sfonda la porta e Callejon ritrova il gol
Il ciuccio vola più in alto dell’aquila

Non c’erano e nessuno se n’è accorto. Senza la spina dorsale solita: Koulibaly, Allan, Insigne. Uno spettacolo lo stesso. Gli azzurri sono i nostri Rigoletto, insomma mobili come la donna. E si divertono nel costringere a farsi nome in campo il Ciro di Torre Annunziata: immobile. Finalmente, in mezzo al campo – ma dovunque lo porti l’istinto – quel fenomeno di classe genuina che è Fabian Ruiz, un portento che sembra uscito dal passato e tanto assomiglia a quello Schuster Bernhard detto Bernd che fu dispensatore immenso di palloni in blaugrana (Barcellona), in bianco (Real Madrid), in biancorosso (Atletico di Madrid) e nella squadra della città delle aspirine: il Bayer di Leverkusen. Vorrei parlarne con Adani detto Lele, sempreché lo conosca. Lazio ridotta a Lazietta: aggredita, percossa, circuita, ‘nzallanuta, sorry. Tocchi, triangolazioni, verticalizzazioni e fughe verso la vittoria. E poi lui, il polacco che secondo me ama la musica e ascolterà l’inno alla gioia (Beethoven) perché lui è un inno alla gioia della seconda vita dopo aver tribolato per un periodo lungo assaje. Il polacco che si chiama Arkadiusz che sarebbe Arcadio, nome nobilitato dalla penna favolosa di Garcìa Marquez in Cento anni di solitudine.

Milik, candido come il bianco del latte e amico del legno ma non fa, si sa, il falegname. Ne ha incocciati due (uno aiutato da Strakosha), imitato da Fabian Ruiz (grande giocata dello spagnolo per liberarsi al tiro). Danza aperta da Milik col rumore del legno e quindi i tre minuti che sconvolsero il mondo biancoceleste. Callejòn che torna al gol su invito al bacio di Ciro Mertens, indovinando un corridoio stretto e non per caso il suo nome questo significa: strettoia, corridoio. Non segnava dal 20 maggio, ‘o mese d’e rose.

E poi, la punizione maradoniana – non c’è bestemmia – del polaccone: sinistro doce doce a togliere la ragnatela dal sette di Strakosha, si dice così. Giocherà venticinque minuti in superiorità numerica – per l’espulsione di Acerbi, doppia ammonizione – con un pizzico di sofferenza non prevista, ma è la bellezza del calcio. Con l’immobile che si ritrova Immobile e che impegnerà Meret prima e poi l’infilerà su servizio al bacio di Correa. Ecco, Correa. Un fior di giocatore che l’Inzaghi-due tiene inspiegabilmente in panca. Misteri del calcio. Aiuteranno nel finale i cambi di Sopracciglio Alzato: Verdi per Diawara, Ounas per Mertens, Hysaj per Callejòn. Scampoli di gioco in un finale di lotta: Meret che neutralizza Luis Alberto, Ounas che indovina a metà una girata al volo. In attesa che giochi col Chievo, a meno sei da Madama. Ed a più sette dall’Inter frenata in casa dal Sassuolo. Quell’Inter che, a detta di Spalletti, avrebbe puntato gli azzurri per scavalcarli in classifica e sedersi sulla seconda cadrega del campionato. Buuuu. Sorry

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