Erri De Luca, storia di un eterno debuttante

da | Nov 8, 2018 | Cultura&Spettacolo | 0 commenti

 L’intervista. Nel suo ultimo libro lo scrittore ricostruisce un dialogo immaginario con un figlio irreale: quello mai nato

Erri De Luca ha gli occhi luminosi e profondi e il sorriso sincero. Tante rughe a solcargli il volto e a evidenziarne con forza i segni di una vita non sempre facile, ma certamente intensa. Operaio, militante rivoluzionario prima che scrittore, uno dei più amati nel panorama letterario contemporaneo. Da pochi giorni è tornato in libreria con Il giro dell’oca (Feltrinelli), un racconto di vita, “la sua storia più intima”, presentata lo scorso 3 novembre a Napoli. Un monologo che poi diventa dialogo con un figlio mai avuto, che si consuma a cena in una sera senza corrente elettrica, rischiarata dalla luce di una candela e dalle fiamme di un camino, come “una sensazione di presenza che si intensifica fino a raggiungere una evidenza fisica e anche una voce, in un crescendo fino al punto finale in cui si esaurisce la serata e anche la legna…”.

Nel suo racconto di “un poco di vita scivolata” il figlio prende la parola dopo l’episodio del “bacio numero uno alla fine dell’estate del ’64”, un bacio chiesto per lettera perché “era così impacciato che a voce non sarebbe riuscito”. Come mai proprio in quel momento? “

“Io in realtà ho poca scelta: queste cose succedono dentro la mia testa e anche nei miei sensi intorno. Sono dei piccoli avvenimenti che io alla fine registro solamente. Non sono il direttore d’orchestra delle mie sensazioni, sono un ricevitore e quindi le dispongo per iscritto, anche per tenermi compagnia. Non faccio delle scelte ‘costruttive’ nei racconti: comincio dalla parola uno e finisco alla parola ultima ma in mezzo c’è uno svolgimento di accadimenti, di pensieri che non costruisco, non elaboro. Li metto semplicemente in fila, così, come vengono”.

Questo libro come confessione intima, come racconto di una voce interiore, rimanda al suo primo libro Non ora non qui (Feltrinelli). Un po’ come un ritorno alla casella del via di quel gioco dell’oca… “

“Quella era una relazione tra il bambino che sono stato e mia madre. Lì la madre era l’interlocutrice che stava al di là del vetro, qui è affianco di gomito e reagisce, interagisce. Qui c’è poi insieme a questa figura di figlio non consumato, irreale, un contrasto, uno spirito di contraddizione, c’è un chiedere conto della vita, di certi passaggi dentro queste caselle, quindi è diverso”.

Nel libro afferma che “la parola esperienza non si adatta a quello che le è successo”e si definisce “uno che è rimasto debuttante”. Che cosa intende?

“Credo appunto di non essere esperto di niente, cioè che le cose che mi succedono hanno sempre un’andatura di primizia che non mi permette di sfruttare l’avvenimento precedente. Sono quindi sempre un principiante di fronte alle cose. E penso che si potrebbe rovesciare la parola esperienza e dirla come ‘qualcuno che è sempre pronto a improvvisare dentro un avvenimento’. Sì, penso che consista proprio nel potersi sorprendersi continuamente”.

Il testo racconta anche di un coraggio “che può venire da un’imitazione”, come preso in prestito. Se pensa alla sua vita qual è stato il momento in cui ha dovuto armarsi davvero di tutto il suo coraggio?

“L’andarmene di casa a 18 anni. Quella porta che ho chiuso piano, quei primi gradini in discesa contenevano tutti gli abissi che avrei poi affrontato. Quell’andarmene così allo sbaraglio, alla cieca lì conteneva tutti gli azzardi successivi”.

A 18 anni quando va via di casa e lascia Napoli racconta di essere andato da solo in cima al Vesuvio, “per congedo”. Ci è più tornato lì?

“Ci sono tornato ma non più in cima. Ero con dei ragazzi di un gruppo di maestri di strada che volevano organizzare un incontro con me e io ho proposto di farlo in alto, sul Vesuvio. Non necessariamente in cima, non era importante raggiungere proprio quel punto di osservazione, però io credo che Napoli vada vista anche da quel punto di vista, da quell’altezza che incombe, da quello che è anche un anche un antico incubo della città, da quella distanza”.

Cosa offre quella vista?

“Offre uno sguardo di insieme che è quello di una città tranquilla, senza rumori, non si avverte la densità abitativa e si capisce perché i primi abitanti si sono installati su quel posto malgrado le avversità del suolo e i pericoli, e si siano affezionati alla sua bellezza. La bellezza, quella bellezza, è qualcosa che si percepisce a distanza. Questa città è piena di scantinati meravigliosi. Però quel punto di vista è necessario, se no si rimane sempre dentro quella densità e la si prende per unica manifestazione della città”.

Napoli è presente e ritorna come un leitmotiv in tutto il libro, come un legame intimo e viscerale con la città ma anche con la sua lingua, che usa per parlare con se stesso, per insultarsi perché “il napoletano è rovente”, per “chiudere” pure, come con suo padre con cui “ha parlato italiano ogni ora, tranne gli ultimi minuti”

“Non potrebbe essere altrimenti. È la mia lingua madre, non potrei mai rivolgermi a me stesso in un altro modo. L’italiano è per me il secondo tempo, un tempo residuale: è come se la vita mi accadesse in napoletano, poi la scrivo in italiano”.

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