Napoletano e capitano dell’Italia. Insigne fa onore agli azzurri

da | Giu 12, 2018 | Calcio Napoli | 0 commenti

Nazionale. Contro l’Olanda allo Juventus Stadium, Lorenzo ha indossato la fascia

Nella casa della Juve un evento unico per casa Napoli. Per la prima volta, un napoletano e giocatore azzurro è sceso in campo con la fascia di capitano dell’Italia nell’amichevole con l’Olanda. Credo che per Insigne detto Lorenzinho o Lorenzo il magnifico o little big man sia stato il più bel genetliaco (27 anni) della sua vita di sportivo. Il coronamento di un sogno, il riconoscimento ad una carriera che l’ha visto crescere (non in altezza) anno dopo anno. E la soddisfazione per aver ricevuto la giusta dose di applausi da parte di un pubblico non suo, e penso a quante volte il suo pubblico – anche recentemente – l’ha contestato inducendolo a gesti stizzosi. Onore al capitano napoletano dell’Italia. Perché l’amore per la Nazionale, quand’è autentico, travalica le partigianerìe geopolitiche. Anzi, qualche fischio c’è stato per il subentrante Bonucci perché il “tradimento” è tutt’altra cosa. E a completare la napoletanità calcistica in azzurro anche due scudieri per il piccolo capo: Jorginho – che presto potrebbe diventare inglese – e Verdi che è il primo acquisto di un certo tipo che Ancelotti ha voluto.

E sarebbero potuti essere addirittura quattro gli azzurri in azzurro se Perin non avesse preferito Vinovo a Castelvolturno. Insigne non è CR7 né la Pulga, cioè Cristiano Ronaldo o Leo Messi, ci mancherebbe ma è un fior di campione nel pieno della maturità con immensa tecnica di base e ricco di istinto geniale e che non disdegna il cosiddetto lavoro sporco quando comprende che la squadra è in difficoltà. Sono più che convinto che se lo sventurato omaccione, cioè Ventura, gli avesse concesso il giusto tempo a quest’ora, a pochi giorni dal via al mondialone di Putin non staremmo a lambiccarci il cervello per sceglierci – ognuno di noi calciofili – la Nazionale di riserva per cui simpatizzare. È stato spesso difficile il rapporto tra la Nazionale ed i giocatori del Napoli. Anche perché andando indietro nel tempo, gli squadroni del Nord erano zeppi di campioni: a cominciare dal grande Torino. E poi vennero i blocchi fiorentini, juventini, interisti e milanisti e c’era poco spazio per i campioni d’o Napule. Il primo napoletano ad essere convocato in Nazionale fu Antonio Juliano detto Totonno. Con la maglia dell’Italia giocò diciotto partite, fu uno dei petali nella rosa dei mondiali di Inghilterra ‘66, Messico ‘70 e Germania ‘74.

Era soprannominato “il tedesco” perché almeno in campo non aveva alcuno svolazzo poetico: grinta, determinazione, senso della posizione, praticità. E aveva pure classe, naturalmente. Da “napoletani” vestirono l’azzurro italico anche Nardin, Carnevale, Crippa, De Napoli, Bagni, Zola, Giordano, l’indimenticabile Dino Zoff. Come dite, ho dimenticato Ciro Ferrara e Fabio Cannavaro? E come potrei. Li ho lasciati per ultimi perché fui testimone oculare (febbraio 1997) della meravigliosa e furbesca napoletanità nel tempio di Wembley. Freddo inglese, cioè pungente, il ct è Cesarone Maldini, in palio la qualificazione al mondiale di Francia. Fabio è al debutto da titolare, accanto a Ciro, insieme con Costacurta e Paolo Maldini che in alcune fasi di gioco trovarono pure il tempo di sorridere ed affermare: questi napoletani sono davvero unici. Perché Ciro e Fabio avevano deciso di muoversi, sganciarsi, controllare a turno un avversario diretto o uno possibile comunicando in napoletano stretto. E si sentivano, eccome, i piglia a chill ca a chist ce penz’io.

I colleghi dei giornali del Nord mi chiesero di fare da traduttore, lo feci di buon grado. Lo spauracchio Shearer – centravantone del Newcastle e pericolo numero uno della perfida Albione si perse nel buio del più stretto vicolo di Napoli. Zola segnò il gol vittoria. A me andò in tilt il computer, dovetti riscrivere il pezzo smoccolando. Ma questa è un’altra storia.

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