25 aprile, cosa abbiamo da festeggiare?

da | Apr 24, 2018 | Sud100cento | 0 commenti

25 aprile? Napoli si era liberata da sola già nel 1943

Il 25 aprile è una di quelle date simboliche che assumono, per il popolo italiano e le istituzioni, un’importanza esageratamente rilevante atte a ricordare, ipocritamente, l’anniversario della Resistenza militare dei partigiani durante la seconda guerra mondiale contro il governo fascista e l’occupazione nazista immediatamente dopo l’armistizio segreto firmato nel borgo siracusano di Cassibile il 3 settembre del 1943 col quale il Regno d’Italia – confermatosi ancora una volta pusillanime e traditore – fece arrestare mesi prima Mussolini (al quale sostituì Badoglio), rinnegò l’infausta e ignobile alleanza con la Germania e cessò di fatto le ostilità con gli Alleati.

La guerra civile

E fu così che la guerra, in 24 ore, si trasformò in guerra civile che vide compiere da tutti gli schieramenti presenti atrocità senza giustificazione alcuna, se non quella della pazzia generata dal caos e nel contempo assistere a un repentino capovolgimento di ruoli: le vittime diventare carnefici; i fascisti diventare in un battito di ciglia antifascisti; i tedeschi da alleati a nemici pronti a compiere violenze, ritorsioni e sopraffazioni; gli Alleati bombardare e sventrare intere città e popolazioni; e poi ancora crimini atroci di cui si macchiarono, per vendetta, alcuni partigiani violenti e che l’Italia trasformò invece in atti eroici mentre la bruttura e la viltà che li accompagnarono furono relegati all’oblio. Non esistevano più torto o ragione, vinti o vincitori, ma solo violenza da qualsiasi ottica si volesse guardare.

L’entrata in guerra

Di sicuro c’è un’unica verità inoppugnabile e insindacabile per tutti: la ferma condanna alla guerra e alle criminali politiche fasciste che portarono, con manifesta inadeguatezza, l’Italia a entrare in guerra il 10 giugno 1940, per sostegno al suo “alleato di ferro” Hitler che, con l’invasione della Polonia, diede inizio, mesi prima, a una folle escalation di morti e distruzione.

Il cambio di rotta

L’Italia poi in “perfetto stile sabaudo” (iniziare le guerre al fianco di uno Stato e alla fine ritrovarsi alleati coi nemici) cambiò rotta e alleanze in corso d’opera e dichiarò guerra alla stessa Germania il 13 ottobre 1943 e, perfezionato il processo di sudditanza nei confronti degli Americani, al Giappone il 14 luglio 1945.

Badoglio legge la dichiarazione di guerra con a fianco il generale Taylor

“Arrendersi o perire”

Non è un articolo di approfondimento, né ci sarebbe la possibilità di intavolare un’onesta discussione per toccare i punti dolenti che nessun testo scolastico di storia ha mai voluto esaminare. Ma le domande che attendono una risposta sono ancora numerose. Noi al Sud, per esempio, in nome di un’Italia unita (unita?) ricordiamo la data della liberazione nonostante ci fossimo liberati da soli, tra il 27 ed il 30 settembre 1943: Napoli, prima città europea a farlo nelle famose 4 giornate. E infatti la data del 25 aprile 1945 si riferisce alla liberazione di Torino e Milano, al grido di: “Arrendersi o perire”, e per le quali molti meridionali spinti dall’onda emotiva, dal gran cuore e in nome e per conto dell’illusione di un’Italia unita si mossero in direzione Nord per ingrossare le fila dei “liberatori”. Ricordiamo tra le tante la Brigata abruzzese Maiella che combatté con onore al fianco delle truppe degli Alleati e dei partigiani del Nord.

Le 4 giornate di Napoli

Le “marocchinate”

Per mero opportunismo si evita di parlare di “marocchinatestupri di gruppo, uccisioni, saccheggi e violenze di ogni genere perpetrate dalle truppe coloniali francesi (Cef), aggregate agli Alleati e autorizzate dai generali di Charles de Gaulle. Per ragion di Stato si continuano a secretare (o non rendere agibile la consultazione) documenti importanti, testimonianze di azioni ignobili, come quella che tanto ricorda l’azione criminosa compiuta dall’esercito dei Mille garibaldini 85 anni prima, e che vide i mafiosi italo-americani, istruiti dai Governi, stringere accordi in Sicilia con le locali associazioni mafiose per favorire lo sbarco degli “Alleati”, o di come Alcide De Gasperi fu chiamato, immediatamente dopo la fine del conflitto, negli Usa e gli fu ordinato di estromettere le forze di sinistra (che strizzavano l’occhiolino all’URSS) e che erano imponenti e ben viste dopo aver furoreggiato con la guerra civile portata avanti, tra luci e ombre, dai partigiani.

marocchinate

I goumiers | soldati di nazionalità marocchina, incorporati nell’esercito francese

“Politically Correct”

Ricordiamo come poi la Democrazia Cristiana di De Gasperi vinse con il 48,5 % foraggiata dagli Usa e dal Clero. E infatti, in perfetto clima “politically correct”, si sorvola sui bombardamenti compiuti dagli Alleati che, in barba alle violazioni dei codici di guerra, rasero al suolo, anziché obiettivi strategici, intere città uccidendo numerosi civili e il cui piano di ricostruzione, vista l’economia italiana in ginocchio, fu realizzato grazie “all’interessato aiuto americano” (altro che filantropia ed umanità) che con il piano Marshall contribuì alla rinascita di un’Italia demolita dalle stesse bombe di chi ora prestava soccorso e denaro con interessi.

Napoli 1943 | Corso Umberto

Il piano Marshall

piano marshallUn piano strategico che nel contempo aumentò la potenza economica degli Usa la cui sovrapproduzione industriale destinata a servire il nuovo bisognoso mercato europeo fu una manna dal cielo. E non solo. Cito testualmente le parole di una fine politologa, Monia Benini:

“Il piano Marshall giocò un ruolo fondamentale per la fondazione della Comunità Economica Europea, la Cee. 13 miliardi di dollari furono concessi, in larghissima parte sotto forma di prestiti con interessi, ai paesi europei che si riunirono nell’organizzazione della cooperazione economica europea, la Ocee, che divenne immediatamente il terreno per la creazione delle strutture che nel giro di pochi anni sarebbero state utilizzate dalla Comunità Economica Europea. La Ocee aveva il ruolo di allocare i prestiti statunitensi, mentre l’Eca – l’agenzia USA, composta dai rappresentanti dei maggiori interessi industriali corporativi a stelle e strisce – si occupò della vendita delle merci, che vennero quindi pagate in dollari. Più chiaramente, nel 1950 la Ocee fornì la cornice per le negoziazioni delle condizioni per l’area di libero commercio europeo e per istituire la Cee”.

Una ricostruzione solo per il Nord

Un piano di aiuti economici e che vedrà, anche questo, in “perfetto stile italiano”, avvantaggiare il territori del Nord aggravando in quel preciso frangente irreversibilmente la Questione Meridionale con la conseguente emigrazione di milioni di meridionali nelle fabbriche del Nord. E, per completare la beffa alla popolazione del Mezzogiorno, dobbiamo aggiungere che gli aiuti del piano Marshall che al Sud arrivarono in proporzione del 10% rispetto al resto dell’Italia, si unirono a quelli della Cassa del Mezzogiorno (a beneficio sempre della classe imprenditoriale del Nord) ma non si sommarono alla spesa di Stato regolare che anzi si ridusse all’osso: 0,5% destinati al Sud a fronte del 35% di quelli erogati al Nord.

emigrazione

E quindi festeggiamo la liberazione di chi? Da cosa se l’Italia solo nel 2016 ha speso, per una Nazione che dovrebbe, sulla Costituzione, ripudiare la guerra, 20 miliardi di euro solo per la Nato e il cui Pil italiano destinato (1,1%) sotto minaccia Trump sarà aumentato di sicuro dai deboli e plagiati Governi italiani. I 13mila soldati americani (alcuni dei quali delinquono impunemente e la vicenda Cermis e i 20 morti italiani ne sono la prova) presenti nelle 59 basi Nato in Italia sono vere e proprie enclavi, di cui alcune con armi nucleari, sono disseminate lungo tutta la penisola e rappresentano rampe di lancio per operazioni belliche americane in Medioriente e Africa (senza dimenticare la Serbia). E l’Italia senza spina dorsale e dignità regala piena libertà a questi invasori. A noi, spettatori senza colpe non resta che pensare alla vicenda di “Craxi e Sigonella”, unico rigurgito di sovranità di popolo italiano.

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