Napoli e la filosofia del “Pare brutto”

da | Mar 12, 2018 | Cultura&Spettacolo | 0 commenti

Pare brutto” – è la parola chiave della vita quotidiana a Napoli. Fare questo e non fare quello, sennò – “pare brutto”. “Pare brutto” presentarsi a casa delle persone troppo tardi, “pare brutto” festeggiare il compleanno senza torta, “pare brutto” non festeggiare la comunione o farlo senza un’adeguata anteprima fotografica di almeno 50 pagine. “Pare brutto” regalare sempre i soliti pigiami ai nipoti, offrire agli ospiti gentilmente invitati a pranzo soltanto un piatto di spaghetti “aglio, olio e peperoncino”, “pare brutto”non dare le condoglianze alla moglie del nipote di zio Gennaro, nel pieno rispetto del fatto che, quando è venuto mancare nostro nonno, sono venuti a farci visita tutti i componenti della sua famiglia. A Napoli il “pare brutto” indica una critica rivolta ad atteggiamenti che vanno contro ciò che è tradizionalmente ritenuto normale e assunto dalla società come “la cosa giusta da fare”. “Ti sembra normale— grida la mia amica Teresa al telefono — che mamma invita al mio matrimonio tutta la famiglia di mio cugino con cui non parlo dall’eta di 14 anni? E mi dice: “Che fai, inviti gli altri cugini e lui no? – “Il concetto di “pare brutto” sta cominciando a darmi sempre di più sui nervi”, – conclude Teresa. Un concetto simile in Russia, come a Napoli, è principalmente rivolto al confronto con la collettività.

In Russia non usiamo proprio la stessa espressione. Essa si può piuttosto tradurre con l’idea di non andare contro i valori morali, i principi e “le verità assunte” dei nostri nonni, una sorta di “non voglio che il condominio spettegoli su di me”. Spesso però accade che, in questo modo, finiamo per sembrare, invece di essere. “Sono cresciuto con il concetto quotidiano del “pare brutto”, – dice Marco, napoletano e marito di una mia amica russa —. Per tutta la vita a scuola, al liceo, a casa, a casa dei nonni mi sono sentito dire“sennò, non pare brutto?”, finché poi non sono cresciuto e ho compreso uno dei principi cardine della vita: la tua libertà finisce lì dove cominciano i confini della libertà altrui. E questo io insegnerò a mio figlio: vivere la vita senza esagerare”. Sistemando la copertina del bambino che sonnecchia nella culla, aggiunge: “Da quando sono diventato padre, ho capito che non mi interessano le opinioni altrui, soprattutto quando si tratta della salute e dell’educazione di mio figlio”. A Napoli il “pare brutto” si tinge di tradizione, di usi e costumi, di sacro e profano, di magia e religione, il tutto all’interno di un contesto quotidiano e abitudinario. Viviamo in una società, si sa, le cui dinamiche sociali fanno sì che vi siano delle regole da rispettare, siano esse scritte o meno. Ciononostante conserviamo la libertà di vivere a modo nostro, a prescindere da quanto quell’azione sia socialmente ritenuta conveniente o meno. Quella di sembrare ed essere si presenta come una scelta puramente personale dunque. Ponderare, riflettere e guardarsi attorno prima di fare un passo avanti è il frutto di una decisione. L’importante è non pentirsi mai di ciò che è stato fatto ed anche, talvolta, di quello che non abbiamo fatto.

EDITORIALE

L’arte di evadere le regole

di Alessandro Migliaccio

Quando nel 2010 ho pubblicato il mio secondo libro (anche se il primo era solo una raccolta di poesie giovanili) intitolato “Paradossopoli. Napoli e l’arte di evadere le regole”, nutrivo una ferma speranza che qualcosa sarebbe cambiato. Che i napoletani avrebbero, prima o poi, avuto uno sbalzo di dignità e che si sarebbero in qualche modo presi una rivincita nei confronti di quanti, troppo facilmente, puntano il dito contro di loro.

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