La fine del Regno delle due Sicilie, 1861

da | Feb 19, 2018 | Sud100cento | 0 commenti

Il 13 febbraio abbiamo commemorato, con immutata tristezza e come oramai facciamo puntualmente da qualche anno, la fine del Regno delle due Sicilie, avvenuta nel 1861 a Gaeta, ultimo baluardo di resistenza, dopo novantaquattro giorni di assedio e di estenuanti bombardamenti per mano delle truppe sabaude in connivenza con i poteri forti della monarchia inglese e dei traditori della nostra Patria identificabili in alcuni corrotti soldati borbonici e latifondisti meridionali che avevano trovato maggiore convenienza nello stringere accordi con i sanguinari usurpatori italiani . E fu così che il nuovo vessillo tricolore padano si issò sostituendo la nostra amata bandiera. La nostra Terra divisa, in quel tempo, in 22 province di cui 15 nel Sud continentale e 7 in Sicilia, contava 76 distretti a loro volta suddivisi in 684 circondari che comprendevano 2189 comuni i cui confini geografici , demarcati da 686 cippi, andavano dall’Abruzzo alla Sicilia. L’ annessione al nuovo Regno e la conseguente colonizzazione ha cercato di cancellare il nostro passato, tanto che in molti si riconoscono nella bandiera italiana dimentichi della propria storia e del vessillo che ci identificava. Infatti, lo stemma riprodotto nell’immagine, ufficialmente introdotto con un decreto reale il 21 dicembre 1816, non identifica solo i Borbone ma fu anche un omaggio alle casate che dominarono il Regno nei secoli precedenti: dagli Svevi agli Angioini, dagli Aragonesi agli Asburgo, ai Farnese. In cima sovrasta la Corona Reale con la croce cristiana, testimonianza della profonda fede dei Borbone collocati sul trono per “volontà e grazia divina” e non come oggi per i governi italiani per grazia delle Bce. L’emblema, sintesi di tante tradizioni, è arricchito inoltre dai corollari degli Ordini Cavallereschi sui quali i Borbone detenevano autorità e che venivano concessi ai discendenti delle grandi famiglie reali o alle più illustri personalità per meriti speciali. Sarebbe giusto quindi che anche nelle Istituzioni presenti nel nostro territorio (acclarata mestamente la nostra colonizzazione), si potesse dar lustro, così come accade per la Serenissima di Venezia al nostro stemma, prima che la ventata di globalizzazione faccia scomparire definitivamente la nostra residua identità soppiantata non più solo da uno sbiadito tricolore ma da una sempre più ingombrante presenza di una bandiera azzurra con le stelle simbolo di un’Unione Europea pronta a mangiare in un boccone anche quel po’ di residuo di sovranità italiana. Facciamo in modo che questo auspicio non resti una mera utopia, considerato che finanche allo stadio san Paolo, trincerandosi dietro un assurdo regolamento, se sbandieri la nostra bandiera sei sottoposto al sequestro del vessillo. E tutto questo non aiuta di certo a far pace col nostro passato, passato che gli italiani, ignobilmente, vogliono per forza farci obliare.

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